The Way Back, di Peter Weir (2010)

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Ho recentemente visto questo film di Weir, regista di The Truman Show (1998) och L’attimo fuggente (1989) (mica patatine). La pellicola è ispirata alla storia di Slavomir Rawicz (1915-2004), prigioniero polacco in Siberia nel Gulag 303, fuggito da lì con alcuni compagni nel 1941 e approdato nell’India Britannica , dopo aver percorso a piedi e senza cibo né attrezzature 6500 Km, ed aver varcato l’Himalaya. Il film fa sembrare le cose fin troppo semplici: arrivati quasi alla fine del viaggio, lasciandosi alle spalle diversi morti, i sopravvissuti seguono il protagonista nella delirante sua ultima impresa e lui procede come se non fosse nulla (bah).

A parte dunque la bella fotografia di Russell Boyd su grandiosi panorami che coinvolgono lo spettatore all’inizio alla fine e nonostante una buona interpretazione di tutti gli attori protagonisti (tra tutti, Ed Harris e la splendida Saoirse Ronan, già apprezzata in Amabili resti), la storia sembra poco credibile e informandosi sembra che Rawicz sia stato liberato dal gulag nel 1942 e che non abbia mai compiuto questa rocambolesca fuga.

Ad ogni modo, vera o meno, la storia è comunque un holliwodiano atto di denuncia contro l’esplosione di violenza Russa alla fine della seconda guerra mondiale, ed è storicamente interessante il discorso sui gulag, ma forse il film è un potroppo prolisso, per cui direi: interessante, bello esteticamente, ma nulla di ché e di certo il romanzo colpirà di più (Tra noi e la libertà).

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