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Socialismo o Barbarie. L’aspetto grottesco della vita

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Tamburi nella notte, di B. Brecht. Teatro Filodrammatici di Milano, regia di Francesco Frongia.

Di questo nuovo lavoro del Teatro Filodrammatici di Milano voglio proprio parlare, anche se purtroppo le repliche sono ormai finite. Con una giovanissima compagnia Francesco Frongia mette in scena il dramma di Bertolt Brecht av 1919, poi diventato commedia, che qui assume un potente aspetto tragicomico che ricorda molto da vicino il grottesco di artisti come George Grosz, guarda caso arrestato proprio nel 1919 per aver partecipato alla rivolta spartachista e che nello stesso anno si unì al Partito Comunista di Germania. A partire dal 1920 il pittore ed illustratore Grosz fu più volte denunciato e processato per incitamento all’odio di classe, oltraggio al pudore, vilipendio alla religione e ingiurie contro le forze armate e tutta la sua goliardia, irriverenza, il profondo desiderio di distruggere e deridere qualcosa che andava indubbiamente smontato, la si ritrova in questa messa in scena.

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Questa la trama: i coniugi Balicke vogliono imporre alla figlia il matrimonio con un giovane arricchitosi con le speculazioni post belliche. Anna, la figlia, aspetta ancora il suo ex, un soldato ormai dato per morto, ma il matrimonio con il nuovo fidanzato non si può più rinviare a causa dello stato della ragazza. Si tratta del tipico matrimonio d’interesse borghese a cui è difficile ribellarsi. Quando inaspettatamente riapparirà Andrea, il perduto amore, Anna andrà in crisi e mentre nella città il rullo di tamburi incita alla rivolta, una nuova forza e consapevolezza si farà strada nei due giovani ex fidanzati. La rivolta privata dovrà confrontarsi con le proteste che agitano la città, mentre una luna rossa osserva i loro turbamenti giovanili.

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Il secondo importante lavoro di Brecht si svolge in una notte del novembre 1918, mentre a Berlino si prepara la rivolta spartachista. Rappresenta la prima presa di contatto con la realtà politica contemporanea da parte di Brecht, con espliciti riferimenti alla sua attualità, ed in particolare alla rivolta del Novembre 1919. Nella seconda versione, poco diversa dalla prima, Brecht ritenne più significativo trattare della sollevazione spontanea di gennaio, alla quale fa riferimento questo lavoro dei Filodrammatici.

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Il dramma è molto ricco di riferimenti simbolici, come il tamburo, emblema della rivolta, che Kragler aveva imbracciato, deciso ad unirsi al popolo di Berlino dopo l’iniziale rifiuto di Anna. Questo stesso tamburo, Kragler lo scaglierà contro la luna (di cartone e qui, rossa) alla fine dell’opera, a dimostrare il suo abbandono della rivolta, e ad esso preferirà il letto, simbolo della riproduzione. Andrea non è eroe, né antieroe: decide semplicemente di adattarsi per sopravvivere. Un altro simbolo presente nell’opera è lo stivale, caratterizzazione del ricco mondo borghese. In una scena significativa Murk, borghesuccio arricchitosi grazie alla guerra, in possesso quindi di stivali belli e nuovi, si prende gioco di Kragler offrendogli di comprare i suoi stivali, logori e distrutti dalla guerra, per esporli al museo dell’esercito. Comprensibilmente Kragler rifiuterà i suoi soldi. Nella rappresentazione di Trommeln in der Nachtav 1922, Brecht introdusse invece per la prima volta lo striscione, o cartello, con scritte di carattere illustrativo, ironico e didascalico: elemento dall’effetto straniante che ritroveremo spesso nel suo teatro epico.

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Tutti gli ingredienti dunque più significativi del dramma di Brecht vengono ripresi puntualmente, ma all’interno di un quadro grottesco e freak, molto ispirato alla patina estetica di un circo degli orrori, che convince per l’impatto emotivo, per la musica in scena (adatta e coinvolgente), per la crudezza e la capacità di restare sempre sul confine tra comico-aggressivo e dramma vero e proprio. La regia è dinamica e intrattiene, le scenografie e i costumi funzionano bene, nella loro essenzialità, gli attori sono stati tutti molto bravi, con particolare rilevo per Eugenio Fea, davvero eccezionale nel ruolo del padre di Anna e nell’inserto da “Vaudeville Trans”, för Alessandro K. Savarese nel difficile ruolo di Murk, ed Ilaria Longo, adattissima nei panni di Rosa Luxemburg. Bellissima l’idea di dare appunto rilievo alla figura di Rosa Luxemburg, politica, filosofa e rivoluzionaria polacca naturalizzata tedesca, teorica del socialismo rivoluzionario marxista, rapita ed assassinata proprio nel corso della “Rivolta di gennaio” (15 Januari 1919), che qui impugna con decisione i cartelli di propaganda, in un inserto che si fa quasi televisivo, sulla scena, incorniciata ad hoc sul palco come avverrebbe oggi nei nostri “rettangoli della comunicazione”, e che descrive con le sue pungenti parole lo status di una società spaventosamente simile a quella che è ancora oggi.

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Uno spettacolo potente, convincente, anche divertente ed intenso. Unico neo: una recitazione davvero troppo urlata, dall’inizio alla fine, a tratti fastidiosa e disturbante e della quale non si comprende la ragione, a livello stilistico, dato che l’impostazione scenica era perfetta e che tutto funzionava senza alcun bisogno del “sottolineato”.

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Di sceneggiature come quella di Dennis Kelly, splendido esempio di teatro/documentario (verbatim/drama, in versione anglofona), non ce ne sono molte, soprattutto in Italia. Il testo si rivela, in tutta la sua potenza espressiva e drammatica, nell’ottima messa in scena degli studenti di recitazione del Teatro dei Filodrammatici i Milano, diretti da Bruno Fornasari.

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Quello che viene ormai comunemente definito Teatro Post-Drammatico, basato su interviste vere e materiali relativi a casi di cronaca, ricostruisce in questo caso, in una brillante e continua sostituzione degli attori per ogni ruolo, le vicende di una giovane donna che viene accusata di aver assassinato i suoi due bambini. Una Medea contemporanea, dalla personalità criptica e complessa, circondata da persone altrettanto borderline, come una madre ossessionata dalla carriera politica e disposta a tutto pur di arrivare dove vuole, uno psicologo opportunista pronto a teorizzarela qualunquepur di essere notato, ed un corollario micidiale di individui dalle personalità multiple e stratificate, tra pubblico e privato, che nascondono, mentono, ostentano, nel tentativo di ricostruire una situazione apparentemente inspiegabile, frutto di responsabilità sociali, umane, e relazionali.

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Davvero un’ottima scelta per questo saggio di recitazione: qualcosa di elaborato e contemporaneo, che ha molto a che fare con il nostro senso di responsabilità civile, con il concetto di consapevolezza, che dovrebbe distinguerci dall’animale, e con l’uso morboso e deleterio degli strumenti di comunicazione di massa. Bella anche l’idea, a questo proposito, di riprendere con una videocamera sul palco leconfessionidei personaggi, sovrapponendo fisicamente, proprio davanti ai nostri occhi, realtà e trasposizione mediatica. Qualcuno si rende conto del riverbero opportunista della cronaca odierna, come il personaggio del marito della protagonista, mentre molti altri ne hanno fatto un’arte, come la madre della giovane presunta assassina.

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Il filtro mediatico della comunicazione contemporanea rende tutti ugualmente partecipi della situazione e allo stesso tempo complici dell’orrendo gesto in questione. Perché le motivazioni dell’infanticida, che emergono dai dialoghi con gradualità sottile e sofisticata, sono anche quelle, condivisibili, di chi oggi sceglie di non mettere al mondo figli: di chi non sopporta più il disumano e profondo squilibrio della nostra società e tutta la violenza, la follia, della quale è vittima e che contribuisce a creare. Chi si assume la responsabilità di mettere al mondo degli esseri viventi in una realtà che considera atroce, violenta e corrotta? L’interrogazione nei confronti dello spettatore riguarda il rispetto della vita, il concetto di empatia, il sapersi effettivamente calare nei panni dell’altro da sé, egregiamente raccolti e simboleggiati nell’emblema del creatore che arriva ad eliminare le proprie creazioni, immerso ormai in una realtà schizofrenica che altera e nega, al bisogno, qualunque cosa.

Gli interrogativi che ci lascia in mano questo testo sono moltissimi e importanti: chi siamo? Cosa stiamo diventando, come individui e in quanto società? Possiamo evolvere? Dobbiamo continuare a riprodurre questo status corrotto? A cosa possiamo ancora credere oggi? Qual è il limite del diritto umano?

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Dennis Kelli ha esordito nel 2003 sulla scena teatrale londinese con l’acclamato Debris. After the End ha invece debuttato nel 2005 al Traverse Theatre di Londra, ottenendo grandi consensi anche al festival di Ediburgo. Il drammaturgo è anche autore del musical Matilda e di Love and Money, uno dei suoi testi di maggior successo, messo in scena a Milano sempre dal Teatro dei Filodrammatici.

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Uno più bravo dell’altro, convincenti ed emozionanti, fra tragico e comico, i giovani attori: Luigi Aquilino, Edoardo Barbone, Denise Brambillasca, Gaia Carmagnani, Eugenio Fea, Ilaria Longo, Simone Previdi, Alessandro Savarese, Valentina Sichetti, Irene Urciuoli och Daniele Vagnozzi. Chiara Serangeli assistente alla regia.

Visto presso il teatro dei Filodrammatici di Milano il 23 Juni 2017.