Lode al Canalone, di Dino Buzzati

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Sottolineando per l’ennesima volta la mia passione sfegatata per Dino Buzzati, mi viene da pensare che poteva davvero scrivere di tutto, su qualunque cosa, anche l’elenco telefonico, rendendola immancabilmente speciale.
Si può presentare una pista da sci come un’opera d’arte senza cadere nella vuota retorica? Io penso di si.
E allora se i confini dell’arte sono ormai tanto elastici, è poi tanto irriverente definire capolavoro la Pista del Groppera sopra Madesimo? Se la sorvolate in elicottero, vi sembrerà soltanto uno dei tanti canaloni che solcano i fianchi di queste montagne, le quali non vantano straordinari splendori. Se invece la percorrete in sci, vi sentirete aprire a una travolgente meraviglia.
Gli sciatori che me ne hanno parlatoe alcuni di essi conoscevano bene l’intero repertorio sciistico d’Europasono stati concordi: è la più bella pista delle Alpi.
Infatti quando sono uscito dalla stazione sommitale della funivia, esattamente a 2960 meter, e mi sono affacciato alla svasatura che precipita di sotto, la prima volta confesso di essere rimasto perplesso.
Dal ballatoio non si può ancora scorgere l’enorme imbuto, ma se ne scorge appena l’inizio.
E la pendenza di metri in livida penombra non lasciano presagire nulla di buono. Si mettono gli sci, si traversa a destra per una trentina di metri in scivolata diagonale, ci si immerge con il batticuore nel botro.
La pista non è stata battuta, la neve non sarà assestata, le virate su di un pendio così severo saranno un problema. E se si cade dove ci si fermerà?
Ma la neve tiene, benché non battuta, esposta a nord com’è, ha fino a metà giugno, la perfezione tipica dell’alta montagna. Le concavità del primo erto cunicolo lusingano i movimenti aiutando le curve con elastico rimbalzo da un versante all’altro.
Ben presto la stazione della funivia scompare lassù in alto, ci si trova immersi nel cuore del canalone.
E all’improvviso le rocce, le creste, i contrafforti; le gobbe che da lontano parevano insulse forme, acquistano, visti da presso, una intrigante personalità.
Che cos’è un canalone? Perché, rispetto alle piste aperte che sono la grandissima maggio-ranza, offre singolari voluttà? Il canalone è un corridoio, uno scosceso viale, una lunga prigione in cui si resta chiusi.
Da una parte e dall’altra impraticabili quinte di rupi.
C’è molto più carica di solitudine.
C’è un gioco molto più fantastico di luci e di suoni. E c’è l’incanto della intimità, lo stesso che si assapora in parete, su per i grandi camini e diedri, intimità veramente simile a quella della nostra camera da letto; per cui le lingue di neve, le infossature, i macigni, gli aerei baldacchini assumono un’espressione pressoché umana.
Si direbbe che qualcuno ci aspetti, che ci spii tra le rocce.
Ogni angolo, cavità, anfratto, sembra invitarci a restare, promettendo misteriose beatitudini. Nei canaloni, non sulle pareti o sullle creste, vivono gli elfi, i gnomi, gli antichi spiriti della montagna.
Attraverso il favoloso scenario la pista si incurva, si allarga, spaziando in vertiginosi anfiteatri, si raccoglie a cucchiaio, concede respiro, poi si restringe di nuovo, si impenna come se dietro quella gobba si spalancasse un impossibile abisso. Ma anche l’erta strettoia fa di tutto per non scoraggiare come le curve sopraelevate dei velodromi felici, anzi trascina agilmente gli sci in armoniosi zig-zag che riescono da soli. Quindi si allarga ancora in maestose cavee ciascuna delle quali ha una luce particolare, un’espressione e una atmosfera diversa dalle altre.
Altri due canaloni sono giustamente famosi nelle nostre Alpi, tutti i due sopra Cortina: le Tofane e il Cristallo.
Quello del Groppera (che brutto, zotico e inelegante nome però), li supera per potenza archi-tettonica.
Mille metri secchi di dislivello, tre chilometri e mezzo di percorso.
Dopodiché il divino toboga si estingue a ventaglio su di un vasto pianoro.
E qui riprende la febbre. Presto allo ski-lift che riporterà su alla stazione intermedia della funivia, tornare in cima, rimettere gli sci, buttarsi ancora giù per il favoloso scivolo, scrivere sull’innominabile cateratta bianca irrigidita tra i dirupi, la nostra piccola fatua personale illusione.
Fino a quando?
Dino Buzzati
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