Lincoln (2012)

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Seguendo input molto diversi, tra gente che l’ha amato e altra che l’ha detestato, ieri sera sono andata finalmente a vedere Lincoln, film biografico diretto da S. Spielberg (ma questo lo sappiamo tutti), tratto dal libro Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, di Doris Kean Goodwin.

Ebbene, mi è piaciuto moltissimo. Non lo trovo un film da Oscar, sia ben inteso, perché non ha quella spinta innovativa e quella potenza espressiva internazionale che secondo me un film da Oscar dovrebbe avere, ma è una pellicola molto coerente, onesta e senza fronzoli (o comunque meno di quelli solitamente sfruttati dal regista).

Lincoln è un film politico: lo è nel suo genere e nel linguaggio (anche se sarebbe molto meglio vedere la versione sottotitolata), ben interpretato da un super-cast e che non tradisce le aspettative in merito a far comprendere i giochi di retorica e parola che da secoli distinguono la politica che si fa a certi livelli. Ho trovato la sceneggiatura eccezionale, ma comprendo che per un pubblico di massa possa essere stato complesso seguire i discorsi, i sottintesi, le sottili battute e frecciate che i protagonisti del film si mandano (e soprattutto devi avere qualche base di storia americana, per capirlo).

Dato che qui in Italia c’è gente che pensa che Ingroia sia una marca d’abbigliamento (giuro), penso che in molti l’abbiano potuto trovare noioso, ma ripeto, non si perde in inutili fronzoli sulla vita personale di Lincoln, fa intuire gli accadimenti e anche le vicende della famiglia, senza annoiarci con storie d’amore e di psicologia famigliare: resta insomma, in toto, al livello dei giochi di parola e fa comunque comprendere molto bene la portata della rottura sociale che fu negli Usa la promozione del Tredicesimo Emendamento alla Costituzione, assieme alla fine della Guerra di Secessione. Si comprende come non sia possibile fare anche dellasanapolitica senza tramare, perché è una logica costitutiva di tutti i nostri assetti politici e come a volte il fine giustifichi i mezzi, se l’orientamento delle idee è puro e volto a fare del bene (anche se alla fine il povero Lincoln ci ha rimesso).

Le società sono fatte di troppe teste, di idee mai uguali e per chi fa politica sul serio, saper gestire il compromesso, oltre ad un’ottima cultura storica e legale, è indispensabile (o almeno dovrebbe esserlo). L’interpretazione di D. Day-Lewis come sempre è stata ineccepibile ed interessante; la fotografia di Janusz Kaminski è adatta e intensa, andando a colmare in maniera estetica la freddezza del testo.

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