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Push-Up Spintarelle

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Ieri sera sono stata al Teatro dei Filodrammatici di Milano: era una vita che ci volevo andare, ma per un motivo o un altro, non ero mai riuscita. Certo che l’interno e l’esterno di quell’edificio cozzano tantissimo: i korthet, tu entri in una palazzina Liberty e ti trovi in una spirale di cemento bianco, che nella sua semplicità e in uno spazio ridotto, riesce a rendersi labirintica, nel miglior stile di Le Corbusier (anche se in realtà è di Caccia Dominioni).
Non mi aspettavo che il teatro fosse così piccolo: di certo favorisce il contatto con l’attore e la struttura sembra che penda tutta in avanti, su più livelli, dandoti la sensazione di poter cadere sul palcodavvero particolare!
Detto ciò, lo spettacolo che sono andata a vedere, si intitola Push-Up (Spintarelle) di Roland Schimmelpfenning, che sembra essere una rivelazione del teatro tedesco.
Tutto sommato lo spettacolo mi è piaciuto. Era molto ben recitato, a parte qualche impappinamento degli attori qua e l’ha e il curioso accento da casalinga di Varese di uno di essi; era intervallato da una pertinentissima colonna sonora,era interessante, angosciante e a tratti anche divertente. Tuttavia non soqualcosa non ha funzionato come dovrebbe. Il dramma metteva a confronto in maniera intelligente le vicende di vari personaggi inseriti nella gerarchia di una grande azienda, accostando diverse generazioni di lavoratori che si ritrovano a fare e pensare esattamente le stesse cose, pur credendosi molto diversi. Di queste persone viene fuori il peggio: ambizione, superbia, follia, gelosia e i dialoghi molto corposi credo servano per generare ed amplificare il senso di ansia che gli individui devono trasmettere, riempiendo un certo vuoto con le parole, ma mi è sembrato che si esagerasse, a tratti annoiando e talvolta generando ilarità dove non ci sarebbe dovuta essere. Non so, credo che sia colpa della traduzione,oppure è un tipo di scrittura tutta tedesca, ma non soil senso dello spettacolo e il carattere dei personaggi, dal mio punto di vista sarebbe venuto fuori anche con la metà della metà delle parole dette. Bastavano i tratti rigidi e sconvolti degli attori, gli ambienti spogli, i contenuti di base, già espressi e ripetuti.
Uno degli attori è chiaramente il sosia di Jake Gyllenhaal!
Insomma interessante, gestito da una troupe straordinariamente giovane e quindi tanto di cappello, ma non eccezionale.
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