Battiato al Conservatorio di Milano

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Almeno qualche parola per l’incredibile spettacolo di due ore piene di Franco Battiato domenica scorsa, le devo spendere.

Sala piena zeppa ed entusiasta: apertura del concerto da parte di un giovane prodotto dallo stesso Battiato, che ha una bella voce e non è male, nonostante non sia per niente il mio genere e poi comincia il concerto. A quasi 68 anni Franco calamita l’attenzione dell’intera sala, emanando energia ed ispirazione, in una panoramica di pezzi che vanno dal nuovo album (Apriti Sesamo), molto concentrato sul tema della morte e della trasmigrazione dell’anima, del passaggio insomma tra la vita e qualunque possibile al di là, passando poi all’analisi della nostra società, tra pezzi vecchi e nuovi, per poi farci riscoprire brani ipnotici degli anni ’70, nuove collaborazioni e sinergie teatrali, accompagnate dall’ologramma di un balletto giappo-francese assolutamente poetico. Battiato ha dato molto: due ore di concerto pieno, senza sosta e con parecchi bis, riproponendo anche quei soliti grandi successi Pop che il pubblico non manca mai di richiedere (e che io tuttavia comincio a sentire come sempre meno interessanti, di fronte alla sua immensa produzione, che non si finisce mai di scoprire).

Musicisti impeccabili e alla fine il passaggio dalla compostezza della riflessione, alla danza, in quella maniera tutta particolare che è il suo modo, assolutamente godibile, di vivere fisicamente il proprio ritmo.

Quanto vorrei che Battiato potesse fare concerti all’infinito, perché sono sempre un’esperienza unica e sanno raccontare noi e lui, in un equilibrio perfetto, in un moto perpetuo, sempre uguale e allo stesso tempo cangiante.

Credo che mi procurerò l’ultimo album: ci sono alcune descrizioni della morte e di noi stessi come ombre, che mi hanno seriamente colpita (un brano potrei averlo scritto io, tanto mi rappresenta).

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