Il Panico a Milano

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Riporto, sperando che non cambi posizione, il link di una recensione che condivido appieno, su Il panico, di Spregerlburd, diretto da Ronconi, che ho avuto l’immenso piacere di vedere venerdì scorso. La sintesi è perfetta e fornisce già molte informazioni tecniche, dunque perché non citarla?

Il folle mondo in bilico di Spregerlburd e Ronconi conquista il Piccolo”.

 

Sono uscita dal Piccolo con mio fratello, dopo quasi tre ore di spettacolo, colpita, sconvolta, divertita e impensierita. Un dramma eccezionale, trasversale ad ogni genere, dal comico, alla tragedia, passando per il melò , fino ad arrivare all’horror e al thriller. Sono generi cinematografici, si sa, ma c’era qualcosa in questo spettacolo, di teatrale sì, ma anche di fortemente audiovisivo, sapientemente spinto da una scenografia incredibile, storta e straniante, meccanica, in movimento e magistralmente illuminata, perfetta icona visiva di un modo costantemente in bilico su sé stesso e pronto in ogni momento ad implodere.

Si ride in questo spettacolo, ci si commuove, si resta colpiti e nauseati dalle cose dette e fatte nella maniera più atroce e schietta, dalle caricature di una società che assomiglia pericolosamente alla sua immagine rimandata dallo specchio deformante del teatro (una fra tutte, la scena della famiglia accolta in banca da una funzionaria distrutta psicologicamente e completamente priva di memoria, che ha bisogno di numeri e di dati, per riuscire a combinare qualcosa). Si parla di denaro, di sesso, del rapporto genitori-figli e degli amori, degli amanti, cercando la chiave della nostra esistenza, vista, come nelle migliori e più antiche mitologie, come divertimento per gli occhi degli Dei: ma ogni parola torna, ogni situazione si incastra perfettamente all’altra, in un meccanismo assoluto e trascinante.

Un capolavoro, senza dubbio. Di drammaturgia, di regia, scenografia, naturalmente recitato benissimo e sopra le righe. Che dire…se non siete ancora andati a vederlo, fatelo per favore (la programmazione finirà il 10 Februari), perché ne vale davvero la pena. Tanto di cappello, come dice anche Francesca Motta, a Ronconi, che ha diretto la scena in maniera naturalmente magistrale, ma quello che colpisce di più e che mi sento di dire, è… unga, incredibilmente giovane, con i toni, i tempi, lo spirito, le parole, che userebbe un trentenne.

Se avessi più soldi, andrei a rivederlo.

(P.s.: mitica Iaia Fortemi sembrava di averla già vista, anche se a livello interpretativo, qui c’era l’imbarazzo della scelta!)

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