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La signora dello zoo di Varsavia

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Regia di Niki Caro

Polonia 1939. La brutale invasione nazista porta morte e devastazione in tutta Europa e la città di Varsavia viene ripetutamente bombardata. Antonina Żabińska e il marito, il dottor Jan Żabiński, dirigono lo zoo della città. Quando il Paese viene invaso dai nazisti, Antonina e Jan sono costretti a prendere ordini dal nuovo zoologo imposto dal Reich, Lutz Heck. Di lì a poco entreranno a far parte della Resistenza ed organizzeranno, a rischio della propria vita e di quella dei loro stessi figli, il salvataggio di molte persone confinate nel Ghetto di Varsavia. Lo stesso zoo servirà da nascondiglio, celando gabbie usate per proteggere esseri umani. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Diane Ackerman, saggista, scrittrice e poetessa americana. Suoi articoli sono apparsi su New York Times, The New Yorker, National Geographic, ed ha vinto numerosi premi, tra i quali l’Orion Book Award proprio per questo romanzo. Fonte del libro sono i diari della vera Antonina Żabińska.

Un film al femminile, tra ragione e sentimento

Non si può certo dire che La signora dello Zoo di Varsavia non sia un film fatto bene. Lo è, indubbiamente, e parla di qualcosa di molto importante: ci racconta nel dettaglio dell’invasione nazista in Polonia e di come la popolazione reagì, in maniera crescente, per difendere se stessa e la propria apertura culturale. Di questa storia vera, legata allo zoo, fino all’uscita del romanzo della Ackerman non si sapeva quasi nulla e quindi è certamente un film che vale la pena di vedere, anche se purtroppo, rispetto a ciò che avrebbe potuto essere a livello di tematica e fattura, pecca davvero di originalità. Il film funziona, ha ritmo, ed è girato indubbiamente bene, arricchito dalla fotografia raffinata, anche se un po’ “glam”, из Andrij Parekh, ma è fin troppo classico e piatto… è la solita pellicola dal taglio americano che ci aspettiamo di vedere. Gli attori sono stati tutti convincenti e la Chastain è perfetta per la parte, oltre che davvero molto brava. Однако, il risultato finale è debole e a tratti anche eccessivamente retorico, senza particolari accenti. Molto convincente Shira Haas, con il suo volto elegante e interessante, nei panni di Urzula. Forse la regista, che aveva per le mani una grossa produzione, ha preferito restare sul classico, costruendo qualcosa di buono senza sbilanciarsi troppo, ma il soggetto era talmente potente, di per sé, che dal mio punto di vista meritava molto di più, in termini di studio ed approfondimento di una formula narrativa più ricercata. Ad ogni modo, la Caro prosegue nel suo importante tentativo di portare sotto ai riflettori storie di vera comunità: cosa che, data la sua innegabile professionalità, può certamente fare tramite visioni più innovative ed audaci. Il doppiaggio è purtroppo orrendo, come spesso accade, e penalizza tantissimo l’interpretazione di Jessica Chastain.

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La protagonista, candidata due volte all’Oscar, è impegnata nel ruolo di una donna che fu moglie, madre, lavoratrice e che per molti, durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne un’eroina. Niki Caro (La ragazza delle balene, North CountryStoria di Josey), dirige il film scritto da Angela Workman e adattato dal libro di Diane Ackerman, edito in Italia da Sperling & Kupfer dal prossimo 31 Октябрь e a sua volta tratto dai diari di Antonina Żabińska. Un elaborato passaggio di testimone tutto al femminile, dunque, per questo film maturato lentamente nell’arco di 10 возраст, che si dirama nell’ampio contesto storico della Resistenza polacca contro l’oppressione nazista. Alla regista interessava in particolar modo sviluppare il racconto del modo in cui <<emerge, nel bel mezzo di una guerra, la dimensione della lotta per preservare la vita quotidiana e il matrimonio>>. In quanto donna, creatrice di vita e sensibile ad essa in tutte le sue forme, Antonina applicò agli esseri umani la sua innata comprensione della psicologia animale, cercando di alleviare i loro stati d’animo, ad esempio attraverso la musica. <<Questa storia celebra la vita in tutte le sue forme>> , sostiene la regista, e il personaggio interpretato dalla Chastain dà valore allo spirito di tutti gli esseri viventi resistendo, come donna, in un’epoca di feroce paura e distruzione. Antonina combatteva per rimanere attaccata a quel che c’è di buono nella gente: per preservare lo spirito dei suoi ospiti e ciò che ci rende umani. L’interrogativo sotteso, che emerge continuamente dal racconto (ma purtroppo non sempre dal film), è: <<Chi sono le vere bestie?!>>. La vita nello zoo mette in luce l’idea centrale che avrebbe portato alla sconfitta di Hitler: non si può avere il controllo sulla Natura. Il mondo va avanti, la Natura sopravvive. La vita animale in fondo resiste a qualunque dittatura.

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Lo stato di Israele ha onorato gli Żabiński menzionandoli “Giusti tra le nazioni” per aver dato rifugio nell’amato zoo ad oltre 300 люди, tenendole al sicuro e facendole sopravvivere all’Olocausto. La sceneggiatura è stata perfezionata con la collaborazione dei figli degli Zabinski, ancora in vita: Rys и Teresa, protagonisti della vicenda.

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Questa è la storia di un Olocausto, perché di fatto, ogni vissuto individuale dello stesso è diverso. La guerra di Jan è quella di un uomo che si trasforma da intellettuale di ampie vedute, a soldato. Quella di Antonina è più viscerale, fatta di compassione e di difesa della vita, che culmina con il parto, in piena guerra. La battaglia di Heck era invece quella dell’uomo contro la Natura: lo zoologo aveva molto a cuore gli animali, ma era anche pronto a fare su di loro esperimenti genetici, nel tentativo di creare bestie mitologiche; una figura controversa la sua, sostenitore dell’idea nazista di una razza ariana che comprendeva esseri umani, ma anche animali, attraverso l’allevamento selettivo. Heck era molto ossessionato dall’Uro, possente bisonte che un tempo popolava i boschi della Germania.

Come già detto, aspettatevi insomma una storia molto interessante, ma una forma piuttosto canonica.

In uscita nelle sale italiane il 16 НОЯБРЬ 2017

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La forma della voce, di Naoko Yamada

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Tratto dal manga A Silent Voice, из Yoshitoki Ōima, pubblicato in Italia da Stat Comics, questo coraggioso e poetico lungometraggio diretto da Naoko Yamada, una delle rare registe giapponesi, racconta con delicatezza e pudore le difficoltà di Shoko Nishimiya, una ragazzina affetta da sordità e vittima del bullismo di un coetaneo, a sua volta vittima di altri compagni. In piena adolescenza, coinvolti in tutte le problematiche esistenziali che essa comporta, i giovani protagonisti si chiedono, a vari livelli, se sia possibile, in società, cambiare e liberarsi di vecchi stereotipi o di etichette che la gente ti attribuisce, inseguendo i dettagli di un’analisi sociologica e psicologica per nulla banale o scontata.
Dopo essersi affermato come uno dei maggiori incassi della scorsa stagione cinematografica giapponese, l’anime è stato presentato con successo al Future Film Festival 2017.

Qualcosa di difficile da raccontare

Per parlare davvero della disabilità e del vissuto che essa inevitabilmente comporta, spesso bisogna esserci passati, perché è difficile immaginare… Bisogna averle conosciute, quelle dolcissime ragazzine dagli occhi sognanti che si proiettano come tutte verso un futuro di amore ed esperienze di vita, o quei ragazzi in cui la rabbia cresce, perché vorrebbero giocare con gli altri, e sentirsi parte del gruppo. Tutti, in qualche maniera, attraversiamo questa fase, durante la nostra adolescenza, ma nel caso di tante persone sfortunate c’è l’assenza di prospettiva, a rendere l’idea del futuro insopportabile e tenebrosa. C’è la netta sensazione di non poter essere, inevitabilmente, “come gli altri” e di trovarsi la strada sbarrata ad una moltitudine di cose, se non addirittura all’indipendenza. Ed è difficile raccontare questa netta sensazione di mancanza di libertà, quello sconforto che ne deriva, quel disperato rendersi conto, anche non volendoci pensare, di non poter proprio dire e fare una moltitudine di cose che gli altri daranno sempre per scontate.

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Con lo stile che contraddistingue autori più noti come Makoto Shinkai и Hayao Miyazaki, La forma della voce ha saputo raccontare l’emozionante storia di due adolescenti che dovranno fare i patti con le loro convergenze, i loro problemi e la conoscenza di sé stessi. Shoko Nishimiya è una dolce bambina sorda che per comunicare è costretta ad utilizzare un quaderno. Shoya Ishida è un bambino irrequieto e sempre attivo nelle competizioni con gli amici. Le vite dei due si incrociano nel modo più semplice e banale del mondo: Shoya è uno dei bulli che prendono in giro l’handicap di Shoko, torturandola come solo i ragazzini insopportabili sanno fare. Ma il destino vuole che, una volta cresciuto e diventato adolescente, Shoya subisca in prima persona i supplizi del bullismo. Comprendendo finalmente cosa vuol dire, il ragazzo cercherà di rimediare ai suoi errori passando del tempo con Shoko e imparando a conoscerla. Tema centrale del film è dunque la complessità del rapporto che può nascere tra gli adolescenti, spesso conflittuale, ma anche di grande comprensione. L’anime affronta con dolcezza e genuinità la maturazione di un ragazzo attraverso la crescita e la conseguente bellezza che può nascere dall’amicizia con colei che era oggetto del suo scherno. Il romanzo ha venduto più di 700.000 copie solo in Giappone e il film è importante e gradevole: la sceneggiatura è molto raffinata e descrive in maniera egregia anche le sfumature psicologiche più intime ed indecifrabili. L’immagine e le inquadrature sono gradevoli, fluide e colorate, con punti di vista originali ed interessanti. Molto bella la fotografia, con un intenso e poetico studio della luce e delle temperature-colore in funzione espressivo-drammaturgica. La colonna sonora è adatta e non invadente. Si crea empatia e senso di suspense. Tutti i personaggi sono essenziali e costruiti con cura. Unico neo: forse il solito effetto ridondante di un registro narrativo tipicamente giapponese, sempre un po’ tendente al melodramma e all’enfatizzazione drammatica, ma che rispetto a molti altri film precedenti, non ha nulla di troppo sbilanciato.

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Un film sorprendente per tatto, attenzione e scrittura. Sociologico, non particolarmente originale, ma importante. Da far vedere assolutamente a bambini e ragazzi, per far riflettere sul bullismo e la prevaricazione e soprattutto, su cosa significa essere disabili.

Il film sarà nelle sale italiane solo il 24 и 25 Октябрь:

www.nexodigital.it

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120 battiti al minuto

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Regia di Robin Campillo

Nella Parigi dei primi anni Novanta, il giovane Nathan decide di unirsi agli attivisti di Act Up, associazione pronta a tutto pur di rompere il silenzio generale sull’epidemia di AIDS che sta mietendo innumerevoli vittime. Anche grazie a spettacolari azioni di protesta, Act Up guadagna crescente visibilità, mentre Nathan inizia una relazione con Sean, uno dei militanti più radicali del movimento.

Act Up-Paris è nata il 26 giugno del 1989 in occasione dell’allora imminente parata del Gay Pride, durante la quale 15 attivisti misero in scena il primo “die-in”, restando distesi per la strada senza dire una parola. Sulle loro magliette era stampata l’equazione: Silenzio=Morte. Un triangolo rosa, marchio imposto agli omosessuali deportati nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, ma capovolto, simboleggiava la volontà di opporsi all’epidemia. Le origini di Act Up sono legate alla rabbia verso l’establishment medico, politico e religioso, la cui passività e i cui pregiudizi sono stati la base della gestione disastrosa dell’epidemia. L’obiettivo principale era quello di mostrare a tutti la malattia, smettendo di utilizzare immagini sfuocate, testimonianze anonime e rappresentazioni incorporee.

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Fino ad oggi i membri di Act Up-Paris hanno combattuto la guerra all’AIDS su tutti i fronti, elaborando strategie per conquistare aree di conoscenza classicamente appannaggio dei soli medici. La società in generale andava mobilitata ed istruita, le informazioni andavano organizzate. La disobbedienza civile e le azioni dimostrative condotte ai limiti della legalità erano necessarie per far sentire la propria voce, ma Act Up ha sempre rifiutato la violenza fisica. Una delle particolarità del gruppo è appunto quella di occupare degli spazi pubblici non solo con le parole, attraverso le immagini o i cartelli, ma utilizzando i propri corpi, che diventano vere e proprie armi di “rappresentazione di massa”. L’urto simbolico di queste dimostrazioni, così come l’uso di falso sangue o di sperma, o addirittura delle ceneri dei membri uccisi dalla malattia (un vero e proprio atto politico), è stata la risposta di Act Up all’aggressività quotidiana del potere dell’establishment.

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La profonda violenza del silenzio

120 battiti al minuto, film tanto lirico, quanto incantevole dal punto di vista dell’immagine, è una profonda dichiarazione d’amore alla vita. Una potente e disarmante storia d’amore, sia di coppia, che collettivo. Un racconto che fa capire quanto la comunità gay non sia diversa da quella etereo e che fa tornare alla mente cos’è l’attivismo politico, il vivere in e per la comunità, tutti legati da un unico inevitabile destino, tutti coinquilini nella stessa casa. Riemerge l’immagine sessantottina del “funerale politico”, che ci sbatte in faccia il fatto che nasciamo, viviamo e moriamo in un’inevitabile comunità.

Accolto come un capolavoro all’ultimo festival di Cannes, dove ha conquistato il Grand Prix, il Premio Fipresci e la Queer Palm, 120 battiti al minuto si candida a diventare uno dei grandi eventi cinematografici della stagione, ed è un film importante, indispensabile, necessario. Una storia che commuove profondamente: potente, dolcissima e violenta, valorizzata da un’incredibile recitazione in primo e primissimo piano e dalla fotografia tagliente, contemporanea, ma anche estremamente poetica, из Jeanne Lapoirie. Non si può dimenticare l’immagine della Senna insanguinata e la polvere delle ceneri che diventa quasi neve, trasportandoci continuamente tra le due dimensioni dell’essere umano: quella più alta, filosofica e morale, e quella animale, goliardica, più naturale. 120 battiti al minuto è un film profondamente lirico… intriso di poesia in ogni sillaba, in ogni fotogramma, nell’espressione dolce e convincente di ciascun attore. La recitazione e la regia sono intense, calamitanti e passionali. La colonna sonora pulsante e caratterizzante di Arnaud Rebotini ci riporta a quegli anni e crea fratture temporali nelle quali si incastrano perfettamente stati d’animo, angosce e speranze.

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Philippe Mangeot, ex membro di Act Up, ha collaborato alla sceneggiatura, talmente polifonica ed intensa nelle discussioni e per le tematiche che riporta, in maniera estremamente verosimile, da far dimenticare, quasi sempre, il confine tra realtà e finzione. Gli attori, in particolare Nahuel Pérez Biscayart nella parte di Sean, Arnaud Valois nella parte di Nathan e Adèle Haelen in quella di Sophie, hanno recitato così bene e le loro parole sono così credibili, che viene il dubbio che facciano parte dell’associazione, trascinando lo spettatore continuamente verso la dimensione del documentario, ma in forma molto alta e appunto lirica.

120 battiti al minuto ci ricorda che la vita è violenta, ma di una violenza meravigliosa. Che vale la pena di essere vissuta, combattuta, sofferta e sentita, fino a quando non diventeremo tutti polvere. Ci ricorda (e lo fa con importanza, ed eleganza) che la vita è tutto ciò che abbiamo.

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<<L’Aids è una vera e propria guerra che ha causato 42 milioni di morti>>, ha dichiarato Robin Campillo, regista in corsa per l’Oscar: <<Voglio che lo vedano tutti, perché la classe politica non ha fatto nulla>>.

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LEGGI LA RECENSIONE SU STORIA DEI FILM

La Scala è tornata ai suoi fasti

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Una regia assolutamente cinematografica, all’Opera

Almeno due parole sul Tamerlano из Davide Livermore vanno spese. Mercoledì 4 ottobre abbiamo assistito alla settima ed ultima rappresentazione di questa famosissima opera, inclusa nella 428° stagione del Teatro alla Scala di Milano. Ed è stata un’esperienza davvero unica: uno spettacolo bellissimo e curato nel dettaglio, in maniera maniacale da ogni punto di vista, così com’è sempre stato, almeno fino a qualche anno fa, per il famosissimo teatro che la scorsa stagione dava segni di stanchezza e di difficoltà, soprattutto dal punto di vista scenotecnico.

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Questo Tamerlano, opera in tre atti tratta dal libretto di Nicola Francesco Haym и Agostino Piovene, sulla musica barocca e penetrante di Georg Friedrich Händel, della durata di quasi cinque ore, aveva una regia fresca e giovane, sorprendente e cinematografica. Tralasciando solo per un attimo l’orchestra diretta egregiamente da Diego Fasolis, che ha lavorato con ibarocchisti” della Rsi-Radiotelevisione Svizzera, lo spettacolo stupisce per la sua grandiosità ed originalità. Assolutamente eccezionale Lucia Cirillo, che in un’unica giornata ha imparato la parte cantata di Marianne Crebassa, nei panni di Irene, sostituita nella messa in scena dall’assistente alla regia, che ha dato vita ad un interessantedoppiaggio sul palco”, che nulla ha sottratto al normale svolgimento dello spettacolo.

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Scenografie mastodontiche, curate, fastose, e per nulla banali, ricostruivano un ambiente da Russia primi del Novecento che contrastava in maniera funzionale con la vicenda ambientata invece nel 1400, accompagnate da costumi tra il Charleston e la Prima Guerra Mondiale. I vagoni di un treno quasi sempre in movimento occupavano orizzontalmente tutto il palcoscenico, sul quale ogni elemento si è mosso con ritmo e fluidità, favorito da una regia dinamica, arricchita dai sorprendenti video di Videomakers D-Wok, che ci trascinavano dagli interni agli esterni, dalle passioni metaforizzate visivamente dei personaggi, agli ambienti ricostruiti nella maniera più verosimile possibile.

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Una regia fresca e dinamica, che ha saputo giocare molto e bene soprattutto sul Rewind spazio-temporale (che nell’opera io non ho mai visto usare), gestito in maniera egregia facendo spostare avanti e indietro le comparse, spesso coinvolte in movimenti sensuali, contemporanei e significativi, e che a tratti ci sono sembrate il doppio, il triplo di quel che erano, tanto i loro movimenti e le loro posizioni erano accurate e studiate nel minimo dettaglio, al fine di arricchire di significato la messa in scena.

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Qualcosa di assolutamente cinematografico in questo spettacolo dall’esecuzione musicale e canora classica e perfetta. Un’interazione funzionante tra storico e contemporaneo, che si sono reciprocamente arricchiti. Memorabili, se non incantevoli, alcune scene, come il lento allontanarsi di tutto il palco (e dunque metaforicamente della vita) da Asteria, la scena dello stupro di gruppo, i divertenti inserti della partenza periodica del treno, resi attraverso la corsa all’indietro delle comparse. Ma anche la possibilità, anch’essa cinematografica, di vedere contemporaneamente interno ed esterno del treno, con grande fluidità. O l’espressione visiva della rabbia di Andronico, che fa crollare la facciata del palazzo con pugni di rabbia. Per non dimenticare il finale, sotto la neve, mentre il gelo penetra nelle ossa dei personaggi, all’interno del grande salone, esausti e intimamente prosciugati dai cambiamenti della Storia.

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Uno spettacolo davvero incredibile, così come dovrebbero essere tutti quelli della Scala. Costumi eccezionali (из Marianna Fracasso), scenografie grandiose e fini (dello stesso Livermore e di Giò Forma) e le incantevoli, particolarissime voci di Franco Fagioli и Bejun Mehta, quasi ipnotici nelle loro fioriture vocali e a tratti simili ad usignoli. Una regia che ha saputo decisamente valorizzare una trama passionale ed avvincente, ma che di per sé avrebbe un finale scontato e quasi assurdo.

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Il crollo dell’Impero Ottomano e della Russia Zarista, dunque la morte dell’aristocrazia in funzione del predominio del popolo, con tutti i suoi pro e contro, rivivono il questOpera del 1724 che si aggiunge alle molte nate dal Seicento in poi attorno alla figura del famoso conquistatore centro-asiatico Tīmūr Barlas (in chagatai تیمور, temur, “ferro”, anche Timur-e lang, in lingua farsi تیمور لنگ, ossia Timurlo zoppo”), conosciuto in Occidente come Tamerlano (o Tamerlan, o anche Tamburlaine), che fu condottiero e generale turco-mongolo, fondatore dell’Impero Timuride, protagonista in Asia Centrale e nella Persia orientale tra il 1370 e il 1407, predecessore della dinastia Mogol in India.

Uno spettacolo semplicemente bellissimo.

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Le Redoutable (FormidabileIl mio Godard)

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Regia di Michel Hazanavicius

Il ritratto affettuoso e ironico di una delle figure più importanti del cinema francese e mondiale, quella di Jean-Luc Godard, vista attraverso gli occhi dell’allora giovanissima moglie Anne Wiazemsky. Il Sessantotto, il maoismo, le proteste contro la guerra in Vietnam, ma soprattutto la storia d’amore appassionata e complicata, romantica e anticonformista, tra Anne e Jean-Luc, che hanno i volti intensi di Stacy Martin и Louis Garrel. Il film è tratto dal libro Un an apré, della stessa Wiazemsky.

Una meta-dissacrazione che funziona benissimo

Dal Concorso del Festival di Cannes arriva in sala il film del regista Premio Oscar per The Artist, Michel Hazanavicius, che in qualche maniera torna alle origini del suo successo, mettendo nuovamente in scena un ibrido fra la parodia e l’omaggio affezionato. Un film davvero divertente, quest’ultimo, che in barba a qualunque sacralità cinefila, smonta e rimonta, sviscerandolo perfettamente, il personaggio di Jean-Luc Godard e riportando alla mente, per chi l’ha molto amato (come la sottoscritta), tutta la sua ironia, il suo intelletto brillante e debordante, il suo essere rivoluzionario in maniera ostentata, inesauribile, e molto spesso davvero molesta.

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La storia comincia nel 1967, quando Godard è il regista più adorato della sua generazione: un genio ribelle reduce dalle riprese de La cinese, с Anne Wiazemsky, donna più giovane di vent’anni di cui si innamora e che sposa. Sono i tempi del massimo impegno politico, in prima linea con gli studenti e gli operai nelle sassaiole del maggio parigino. L’artista impegnato si sporca le mani, rinnega l’icona pubblica, non disdegna qualche molotov da tirare sulla polizia, prendendosi una breve vacanza in Costa Azzurra solo per forzare la cancellazione, insieme a Truffaut, Lelouch e altri colleghi, dell’edizione 1968 из Festival di Cannes.

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Godard liquida tutto il cinema come borghese inginocchiamento al capitale dei grandi produttori, rinnega anche i suoi capolavori, такой как Fino all’ultimo respiro и Il disprezzo, finendo per insultare tutto e tutti, incluso il suo amico Bernardo Bertolucci. L’unica soluzione per lui è imporsi il collettivismo decisionale, applicando il maoismo alle troupe cinematografiche attraverso l’esperienza produttiva del gruppo Dziga Vertov. Anche il suo film, La cinese, lo deprime; accolto male dai critici e persino dall’ambasciata cinese, sembra piacere solo a qualche fondamentalista marxista leninista, ma in fondo tutti lo fermano per citargli i film del suo passato più narrativo e “tradizionale”. <<Quando tornerà a fare film come quelli?>>, gli chiede un militante in marcia con lui per le vie di Parigi… Inseguendo gli umili e gli operai, Godard si preoccupa di rendersi sempre meno comprensibile da loro, rifugiandosi nell’eremo dell’ermetismo ostico e della sperimentazione rivoluzionaria, mentre il suo matrimonio naufraga inesorabilmente.

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Hazanavicius dipinge Godard/Garrel come una maschera ironica, con occhiali regolarmente schiacciati durante gli scontri e alle prese con delle scarpe poco adatte all’azione, che lo portano a poco militanti lavande ristoratrici una volta tornato a casa. A livello sia di sceneggiatura, che più propriamente registico, attraverso la citazione di quasi tutti gli stilemi formali del cinema di Godard (dall’utilizzo della scrittura e della sovrascrittura, dei sottotesti di pensiero, alla grafica inglobata nell’inquadratura, ai giochi di parole, allo sguardo diretto in macchina ad intervenire sui dialoghi dei personaggi stessi), il regista si spiega e si svela, в Le Redoutable: si smonta e denuncia in prima persona, soprattutto all’inizio, quando l’anarchia lo porta verso una leggerezza che presto perderà, divertito nel giocare con il suo mito e ossessionato dal rendersi antipatico e irritante, rinnegando il suo spazio iconico. Un Louis Garrel trasfigurato, mimetico, ed eccezionale nella parte del regista più che trentenne, evita totalmente il rischio della macchietta e ci restituisce invece il Godard vitale che abbiamo amato e che ricordiamo, con tutto il suo disprezzo per l’attore (un burattino disposto a darsi anche dello stupido, sotto richiesta del regista), per la borghesia, per gli ambienti dai quali egli stesso proveniva e anche per l’industria cinematografica, primaria carnefice del suo stesso prodotto culturale.

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Il film diverte, è dissacrante, resta giustamente in superficie, senza spingere troppo in basso la figura di Jean-Luc, e ritraendolo come un “maschio medio” che cerca una donna oggetto spacciandola per musa, ma che invece non problematizza la propria personalità debordante e il suo rapporto idiosincratico con la società. Il ritratto di un autarchico insomma, che come spirito ricorda parecchio il primo Nanni Moretti, ma che qui, al di là di ogni logica, vorrebbe calarsi nella comunità, pur restando inesorabilmente se stesso. Gli adoratori del Grande Svizzero reagiranno malissimo, troveranno risibili gli omaggi formali “godardiani” e gli occhiolini autoreferenziali al pubblico: <<Sono solo un attore pessimo che interpreta Godard>>, ma chi di Godard rispetta invece lo spirito e l’evoluzione del suo pensiero, vedrà con gioia riprodursi, in maniera metacinematografica, quella frattura nella comunicazione dell’occidente capitalista, della quale con grande lungimiranza lui fu protagonista.

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La fotografia di Guillaume Schiffman dialoga benissimo con la regia, con la scenografia e con le dovute citazioni di quegli anni e di tutti i film di Godard, valorizzando gli intesi primi piani di un Louis Garrel che finalmente emerge, in tutta la sua bravura e capacità mimetica (anche nella parlata, con gli stessi difetti di pronuncia del regista): eccellente attore purtroppo spesso confinato in ruoli da commedia d’amore. Bellissima e perfetta per la parte, la magnetica Stacy Martin.

Un film insomma spassoso, irriverente, плохой: nello spirito del regista che fu, e da rivedere all’infinito, così come tutti i film di Godard.

Una pellicola senza compromessi, che si può solo amare, o odiare.

LA RECENSIONE SU STORIA DEI FILM