Category Archives: Kino

dziewica – uśmiech

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Alessandra Faiella – 9 Wrzesień 1962
Attrice

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Regalo per Porta Romana? Un cinema!

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In via Seneca è quasi tutto pronto per l’inaugurazione di una nuova sala: a gennaio aprirà Il Cinemino, originale spazio dedicato alle proiezioni

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La signora dello zoo di Varsavia

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Regia di Niki Caro

Polonia 1939. La brutale invasione nazista porta morte e devastazione in tutta Europa e la città di Varsavia viene ripetutamente bombardata. Antonina Żabińska e il marito, il dottor Jan Żabiński, dirigono lo zoo della città. Quando il Paese viene invaso dai nazisti, Antonina e Jan sono costretti a prendere ordini dal nuovo zoologo imposto dal Reich, Lutz Heck. Di lì a poco entreranno a far parte della Resistenza ed organizzeranno, a rischio della propria vita e di quella dei loro stessi figli, il salvataggio di molte persone confinate nel Ghetto di Varsavia. Lo stesso zoo servirà da nascondiglio, celando gabbie usate per proteggere esseri umani. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Diane Ackerman, saggista, scrittrice e poetessa americana. Suoi articoli sono apparsi su New York Times, The New Yorker, National Geographic, ed ha vinto numerosi premi, tra i quali l’Orion Book Award proprio per questo romanzo. Fonte del libro sono i diari della vera Antonina Żabińska.

Un film al femminile, tra ragione e sentimento

Non si può certo dire che La signora dello Zoo di Varsavia non sia un film fatto bene. Lo è, indubbiamente, e parla di qualcosa di molto importante: ci racconta nel dettaglio dell’invasione nazista in Polonia e di come la popolazione reagì, in maniera crescente, per difendere se stessa e la propria apertura culturale. Di questa storia vera, legata allo zoo, fino all’uscita del romanzo della Ackerman non si sapeva quasi nulla e quindi è certamente un film che vale la pena di vedere, anche se purtroppo, rispetto a ciò che avrebbe potuto essere a livello di tematica e fattura, pecca davvero di originalità. Il film funziona, ha ritmo, ed è girato indubbiamente bene, arricchito dalla fotografia raffinata, anche se un po’ “glam”, di Andrij Parekh, ma è fin troppo classico e piatto… è la solita pellicola dal taglio americano che ci aspettiamo di vedere. Gli attori sono stati tutti convincenti e la Chastain è perfetta per la parte, oltre che davvero molto brava. Jednak, il risultato finale è debole e a tratti anche eccessivamente retorico, senza particolari accenti. Molto convincente Shira Haas, con il suo volto elegante e interessante, nei panni di Urzula. Forse la regista, che aveva per le mani una grossa produzione, ha preferito restare sul classico, costruendo qualcosa di buono senza sbilanciarsi troppo, ma il soggetto era talmente potente, di per sé, che dal mio punto di vista meritava molto di più, in termini di studio ed approfondimento di una formula narrativa più ricercata. Ad ogni modo, la Caro prosegue nel suo importante tentativo di portare sotto ai riflettori storie di vera comunità: cosa che, data la sua innegabile professionalità, può certamente fare tramite visioni più innovative ed audaci. Il doppiaggio è purtroppo orrendo, come spesso accade, e penalizza tantissimo l’interpretazione di Jessica Chastain.

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La protagonista, candidata due volte all’Oscar, è impegnata nel ruolo di una donna che fu moglie, madre, lavoratrice e che per molti, durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne un’eroina. Niki Caro (La ragazza delle balene, North CountryStoria di Josey), dirige il film scritto da Angela Workman e adattato dal libro di Diane Ackerman, edito in Italia da Sperling & Kupfer dal prossimo 31 ottobre e a sua volta tratto dai diari di Antonina Żabińska. Un elaborato passaggio di testimone tutto al femminile, dunque, per questo film maturato lentamente nell’arco di 10 wiek, che si dirama nell’ampio contesto storico della Resistenza polacca contro l’oppressione nazista. Alla regista interessava in particolar modo sviluppare il racconto del modo in cui <<emerge, nel bel mezzo di una guerra, la dimensione della lotta per preservare la vita quotidiana e il matrimonio>>. In quanto donna, creatrice di vita e sensibile ad essa in tutte le sue forme, Antonina applicò agli esseri umani la sua innata comprensione della psicologia animale, cercando di alleviare i loro stati d’animo, ad esempio attraverso la musica. <<Questa storia celebra la vita in tutte le sue forme>> , sostiene la regista, e il personaggio interpretato dalla Chastain dà valore allo spirito di tutti gli esseri viventi resistendo, come donna, in un’epoca di feroce paura e distruzione. Antonina combatteva per rimanere attaccata a quel che c’è di buono nella gente: per preservare lo spirito dei suoi ospiti e ciò che ci rende umani. L’interrogativo sotteso, che emerge continuamente dal racconto (ma purtroppo non sempre dal film), è: <<Chi sono le vere bestie?!>>. La vita nello zoo mette in luce l’idea centrale che avrebbe portato alla sconfitta di Hitler: non si può avere il controllo sulla Natura. Il mondo va avanti, la Natura sopravvive. La vita animale in fondo resiste a qualunque dittatura.

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Lo stato di Israele ha onorato gli Żabiński menzionandoli “Giusti tra le nazioni” per aver dato rifugio nell’amato zoo ad oltre 300 ludzie, tenendole al sicuro e facendole sopravvivere all’Olocausto. La sceneggiatura è stata perfezionata con la collaborazione dei figli degli Zabinski, ancora in vita: Rys i Teresa, protagonisti della vicenda.

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Questa è la storia di un Olocausto, perché di fatto, ogni vissuto individuale dello stesso è diverso. La guerra di Jan è quella di un uomo che si trasforma da intellettuale di ampie vedute, a soldato. Quella di Antonina è più viscerale, fatta di compassione e di difesa della vita, che culmina con il parto, in piena guerra. La battaglia di Heck era invece quella dell’uomo contro la Natura: lo zoologo aveva molto a cuore gli animali, ma era anche pronto a fare su di loro esperimenti genetici, nel tentativo di creare bestie mitologiche; una figura controversa la sua, sostenitore dell’idea nazista di una razza ariana che comprendeva esseri umani, ma anche animali, attraverso l’allevamento selettivo. Heck era molto ossessionato dall’Uro, possente bisonte che un tempo popolava i boschi della Germania.

Come già detto, aspettatevi insomma una storia molto interessante, ma una forma piuttosto canonica.

In uscita nelle sale italiane il 16 novembre 2017

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La forma della voce, di Naoko Yamada

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Tratto dal manga A Silent Voice, di Yoshitoki Ōima, pubblicato in Italia da Stat Comics, questo coraggioso e poetico lungometraggio diretto da Naoko Yamada, una delle rare registe giapponesi, racconta con delicatezza e pudore le difficoltà di Shoko Nishimiya, una ragazzina affetta da sordità e vittima del bullismo di un coetaneo, a sua volta vittima di altri compagni. In piena adolescenza, coinvolti in tutte le problematiche esistenziali che essa comporta, i giovani protagonisti si chiedono, a vari livelli, se sia possibile, in società, cambiare e liberarsi di vecchi stereotipi o di etichette che la gente ti attribuisce, inseguendo i dettagli di un’analisi sociologica e psicologica per nulla banale o scontata.
Dopo essersi affermato come uno dei maggiori incassi della scorsa stagione cinematografica giapponese, l’anime è stato presentato con successo al Future Film Festival 2017.

Qualcosa di difficile da raccontare

Per parlare davvero della disabilità e del vissuto che essa inevitabilmente comporta, spesso bisogna esserci passati, perché è difficile immaginare… Bisogna averle conosciute, quelle dolcissime ragazzine dagli occhi sognanti che si proiettano come tutte verso un futuro di amore ed esperienze di vita, o quei ragazzi in cui la rabbia cresce, perché vorrebbero giocare con gli altri, e sentirsi parte del gruppo. Tutti, in qualche maniera, attraversiamo questa fase, durante la nostra adolescenza, ma nel caso di tante persone sfortunate c’è l’assenza di prospettiva, a rendere l’idea del futuro insopportabile e tenebrosa. C’è la netta sensazione di non poter essere, inevitabilmente, “come gli altri” e di trovarsi la strada sbarrata ad una moltitudine di cose, se non addirittura all’indipendenza. Ed è difficile raccontare questa netta sensazione di mancanza di libertà, quello sconforto che ne deriva, quel disperato rendersi conto, anche non volendoci pensare, di non poter proprio dire e fare una moltitudine di cose che gli altri daranno sempre per scontate.

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Con lo stile che contraddistingue autori più noti come Makoto Shinkai i Hayao Miyazaki, La forma della voce ha saputo raccontare l’emozionante storia di due adolescenti che dovranno fare i patti con le loro convergenze, i loro problemi e la conoscenza di sé stessi. Shoko Nishimiya è una dolce bambina sorda che per comunicare è costretta ad utilizzare un quaderno. Shoya Ishida è un bambino irrequieto e sempre attivo nelle competizioni con gli amici. Le vite dei due si incrociano nel modo più semplice e banale del mondo: Shoya è uno dei bulli che prendono in giro l’handicap di Shoko, torturandola come solo i ragazzini insopportabili sanno fare. Ma il destino vuole che, una volta cresciuto e diventato adolescente, Shoya subisca in prima persona i supplizi del bullismo. Comprendendo finalmente cosa vuol dire, il ragazzo cercherà di rimediare ai suoi errori passando del tempo con Shoko e imparando a conoscerla. Tema centrale del film è dunque la complessità del rapporto che può nascere tra gli adolescenti, spesso conflittuale, ma anche di grande comprensione. L’anime affronta con dolcezza e genuinità la maturazione di un ragazzo attraverso la crescita e la conseguente bellezza che può nascere dall’amicizia con colei che era oggetto del suo scherno. Il romanzo ha venduto più di 700.000 copie solo in Giappone e il film è importante e gradevole: la sceneggiatura è molto raffinata e descrive in maniera egregia anche le sfumature psicologiche più intime ed indecifrabili. L’immagine e le inquadrature sono gradevoli, fluide e colorate, con punti di vista originali ed interessanti. Molto bella la fotografia, con un intenso e poetico studio della luce e delle temperature-colore in funzione espressivo-drammaturgica. La colonna sonora è adatta e non invadente. Si crea empatia e senso di suspense. Tutti i personaggi sono essenziali e costruiti con cura. Unico neo: forse il solito effetto ridondante di un registro narrativo tipicamente giapponese, sempre un po’ tendente al melodramma e all’enfatizzazione drammatica, ma che rispetto a molti altri film precedenti, non ha nulla di troppo sbilanciato.

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Un film sorprendente per tatto, attenzione e scrittura. Sociologico, non particolarmente originale, ma importante. Da far vedere assolutamente a bambini e ragazzi, per far riflettere sul bullismo e la prevaricazione e soprattutto, su cosa significa essere disabili.

Il film sarà nelle sale italiane solo il 24 i 25 ottobre:

www.nexodigital.it

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Il Bello del Cinema

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Da domani 80 pellicole per riflettere con il Milano Design Film Festival

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L’appuntamento di Leda Mariani

Cambia sede, per questa sua quinta edizione, il MDFF, che si terrà tra due piani del nuovo Anteo Palazzo del Cinema ed è reso ancor più importante dal patrocinio, oltre che dell’Assessorato alla Cultura del Comune, del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dell’Assessorato alle Politiche per il Lavoro, Commercio, Moda e Design. La chiave di lettura di quest’anno, declinata in un fittissimo programma di quasi 80 film, è una cruciale riflessione sul tempo. Portraits of our time. Ritratti del nostro tempo, come spiega una delle organizzatrici Silvia Robertazzi, «intende far comprendere come presente e passato camminino insieme».

OSSESSIONE • E ancora: «Ci muoviamo come un Giano bifronte: concentrati sull’immediato, consapevoli che il domani, con il suo carico di innovazioni, è la direzione, ma anche attratti dal passato come rifugio, o fonte d’ispirazione. Il tempo è diventato la nostra ossessione sociale: è difficile rallentare e rischiamo di perdere la capacità di guardare alle cose con profondità, con amore e senso di meraviglia. Per prendersi cura della bellezza occorre tempo: per progettare, conservare, comprendere, per far capire, innovare, imparare, ed insegnare. Tempo per vedere e rivedere, come anche il cinema ci sa suggerire»

ISPIRAZIONE • L’illustratore Noma Bar ha firmato la locandina di questa edizione, mentre la guest curation 2017 è stata affidata all’architetto e designer Patricia Urquiola e ad Alberto Zontone, partner nel lavoro e nella vita, che hanno trasposto il loro sguardo internazionale in una selezione di titoli tra storia, fantascienza ed arte, intitolata Cronotopia, riflettendo sempre sul rapporto tra tempo e capacità visionaria. Dai film che hanno scelto, in anteprima o inedititra i quali spiccano Magnificient Obsession: Frank Lloyd Wright’s Buildings and Legacy in Japan di Karen Severns i Koichi Mori i The Future di Miranda July -, traspare a quale livello il cinema sia per loro una potente fonte di ispirazione.

PROGRAMMA • Il programma delle giornate del Milano Design Film Festival è diviso in sei sezioni che si riferiscono a diverse accezioni di “tempo”: Architecture, Design, Biography, Italian Panorama, Urban Life, ale przede wszystkim Art of thinking, Examining Time, che raccoglie film dal carattere più filosofico ed universale, spingendoci a riflettere su comportamenti, desideri e modelli. Da segnalare l’anteprima assoluta di Gillo Dorfles. In un bicchier d’acqua di Francesco Clerici e coprodotto proprio dal MDFF, oltre a Love will save the world di Elisa Fuksas e il supporto, anche economico, del Consolato Generale dei Paesi Bassi, che porta storie olandesi esemplari. Dopo lo scambio con Pechino e Seul, quest’anno il festival ospiterà anche la Jerusalem Design Week, con una selezione di corti israeliani.

ESORDIO • Appuntamento da domani alle 18.30 con l’anteprima italiana di The Happy Film, di Hillman Curtis, Stefan Sagmeister i Ben Nabors (2016), in cui il grafico austriaco Stefan Sagmeister, che vive a New York ed è noto per le sue copertine degli album dei Rolling Stones, di Jay-Z e dei Talking Heads, decide di provare a riprogettare la sua personalità per diventare più felice, conducendo
tre esperimenti controllati: meditazione, terapia e farmaci. Ma la vita personale si insinua e confonde il processo, avvicinando l’autore a se stesso. E così l’interrogativo resta: è possibile allenare la mente per essere più felici?

Da domani al 22 ottobre
Proiezioni singole: 5 euro
Abbonamento: da 15 a 40 euro

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