Les enfants du paradis

Condividi!

les-enfants-du-paradis

Restando fedele all’idea di ricominciare a scrivere, ma in un massimo di 20 righe circa, di tutto quel che vedo, sento, 読む (giusto per non dimenticare, dato l’Alzheimer che avanza), eccomi a scrivere di questo elegante film di Marcel Carné che un caro collega mi ha giustamente consigliato e che io ho impiegato circa due mesi a guardare, per altro a scaglioni. E giunta alla fine mi dico che è davvero un capolavoro.

Lungi da me, come al solito, riassumere la trama, perché i film vanno visti e non letti, così dirò solo che è una pellicola dalla sceneggiatura (di Prévert) misurata e raffinata, nella quale ogni parola ha un peso specifico ed ascoltare gli scontri e incontri verbali dei protagonisti diventa un vero piacere.

Ci si fa un’idea precisa delle tensioni della restaurazione francese, si capisce il valore del teatro nella Parigi dell’epoca e i cambiamenti nella percezione di quell’arte, ben riassunti nel personaggio di Lemaitre; si riesce a comprendere col personaggio di Baptiste, egregiamente interpretato dalla particolare figura di Barrault, cosa rappresentasse la pantomima a quel tempo e il livello altissimo che aveva raggiunto.

Una fotografia teatrale e fredda (Hubert, Fossard, Agostini) è la cornice perfetta per la pantomima della vita, che in questo film intreccia amori, tradimenti e passioni, per l’altro e per l’arte.

Ma il personaggio che più mi ha colpita è quello di Garance, che prende vita nel corpo spigoloso e senza età della Arletty. Solitamente tendo a non identificarmi con i personaggi femminili della quasi totalità dei film: quasi sempre scontati, falsi, stereotipati, invece quel che mi stupisce di questo carattere, è che per come è stato scritto è assolutamente vero. Si tratta di una donna reale, nella sua totale assenza di ipocrisia, che ama quel che ama, ed è ciò che è, che sa usare la mente e la parola senza voler mai essere o sembrare altro da sé, che sa amare davvero restando fondamentalmente libera, che non ha paura di nulla e che rimane profondamente sola, nella sua quasi crudele e totale lucidità e sincerità. Un’anima vera, che non si può possedere, ma solo amare, interpretata da un volto perfetto per il ruolo e da una personalità affine.

E per gusto personale, la chiudo con l’ormai famosa arringa di difesa della Arletty davanti alle accuse per un amore socialmente non approvato, chiaro segno dell’indipendenza che lega personaggio immaginario ed interprete:Il mio cuore sarà anche francese, ma il mio culo, è di tutti”.

Magnifico il restauro della Cineteca di Bologna, のために Il cinema ritrovato.

2457_backdrop

email