Iranian Tour

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Quando si ha tanta, tanta voglia di tornare a scrivere

Leda in Iran

Arrivando a Teheran la prima cosa che colpisce è la gran quantità di gente che attende i propri amici e famigliari con opulenti e colorati mazzi di fiori in mano. E l’Iran ti si presenta così, da subito: profumato e cordiale.

Durante i dieci giorni di viaggio che ci hanno portati ad attraversare quasi l’intero paese, da Nord a Sud, fino a Shiraz, per poi tornare lentamente verso Teheran, abbiamo avuto modo di testare sulla nostra pelle la portata della mitologia negativa che si fa sull’Iran, comprendendo in maniera assoluta quanto quel che sappiamo, o piuttosto non conosciamo, di questo incantevole paese, sia contaminato da certa cattivissima informazione.

L’Iran è il territorio più dolce ed accogliente che abbia mai visitato: una Sicilia all’ennesima potenza, che si allarga tra montagne altissime ed innevate e deserti chiusi tra due mari, in cui ogni goccia che penetra nel terreno (e l’intero paese è attraversato da antichissimi canali, i qanat, che portano l’acqua dei fiumi e delle sorgenti pressoché ovunque), dà vita a campi verdissimi e a fiori perfetti. Mai viste piante così: giardini tenuti in maniera maniacale, estremamente puliti, corolle di ogni tipo e varietà, ricche, colorate, curatissime.

Quando attraversando le montagne si arriva nella città di Shiraz, l’aria profuma di fiori e ti si offre appieno, come gli scrigni intarsiati dei persiani. Non potrò mai dimenticare la magnificenza dei santuari di Shiraz, del Mausoleo della Luce Aramgah-e Shah-e Cheragh e di Imarzadeh-Ye Ali Ebn-e Hamze, che portandoti via d’un fiato trascinano i fortunati che riescono ad entrarvi (tra cui noi) in un caleidoscopio impressionante di vetri, luci e colori mai visto prima (non è possibile scattare fotografie all’interno, quindi per vederli dovete andarci o cercare on line qualche videorubato”, ma nessuno rende davvero).

Non potrò non ripensare, nelle sere d’estate, ai giardini e ai mausolei fatti di fontane, colori e poesie declamate ovunque, dei poeti Hafez e Sa’di. Non dimenticherò i versi sull’amicizia che un uccellino ha pescato per me, l’allegria e la voglia di comunicare delle studentesse, l’aria, il tramonto rosato, la musica dei Rastak nella music-hall, in un connubio ideale tra artisti e pubblico che ci faceva sollevare la pelle.

Impossibile lasciarsi alle spalle il cuore vivo e pulsante di Teheran, il faludeh quando stai morendo di caldo, tra rosa e limone, gli autobus, la gente variopinta, i bazar e la casa degli artisti. A Teheran in questo momento si potrebbe vivere da nababbi con 10 euro al giorno (con un euro al momento si acquistano ben 44.5000 Real, la loro moneta) e le persone sono belle, varie, vive e aperte.

Persepoli è una specie di miracolo: un luogo mistico, che si è conservato molto bene, qualcosa di imprescindibile, che bisogna vedere, così come la tomba di re Dario e dei vari Re achemenidi. L’Iran pesa di storia: la sua ombra, le polveri e i coloriin ogni magnificente vetrata, decorazione, architettura, maiolica o affresco c’è tanto, troppo, 確認する. La mente assorbe luoghi metafisici, come le torri del silenzio di Yazd, uno dei posti più strani e suggestivi che abbia mai visto, assieme a città colossali fatte di fieno e fango, allo stupore di sentirsi a Isfahan esattamente a metà tra oriente ed occidente, con i suoi splendidi ponti, il frescore dei giardini lungo il fiume, le pietre, i palazzi magnificenti dei qagiari, l’immensa piazza e le sottili colonne di legno.

Gli iraniani mi mancano già: in dieci giorni abbiamo raccolto diverse pagine di contatti e tante storie. それ’ una popolazione forte e comunicativa, a qualunque livello ed età; moltissimi parlano inglese o francese, ed è facile trovarsi a chiacchierare con loro, soprattutto se si ha voglia di farlo. Ti comunicano tutti voglia di vivere, di fare, sono curiosi e brillanti: sono dominati, chiaramente, da un fortissimo desiderio di libertà e in media hanno un alto livello culturale. In Iran ci è stato regalato di tutto: pane per la strada, denaro, piatti deliziosi, indicazioni per andare in ogni dove, affetto, consigli, ospitalità, inviti a teatro, in un corollario di gentilezze e cortesie che non si incrociano più nemmeno nel Sud Italia. La piccola criminalità sembra non esistere e c’è molto rispetto per tutto e tutti, ma soprattutto per il visitatore, perché lì l’ospite è sacro, in senso letterale.

Li voglio proprio ricordare, questi sorrisi e discorsianche quelli più strani. Spero che gli occhi sognanti degli iraniani possano incontrare la loro libertà, ma allo stesso tempo che non cambino, anche per ritrovare, in futuro, la cordialità della casa di Kohan, a Yazd, o quella delle abitazioni di Kashan, splendide residenze coperte di stucchi, al massimo dell’opulenza estetica persiana: fresche, alte, ed efficienti, nelle loro geniali strutture.

Schizzo-Iran-Leda

L’Iran è un paese giovane e assolutamente bellodirei in maniera totale e arricchita da un’infinità di possibilità e di tesori da condividere. Nonostante le rigide temperature, i chiari problemi di ordine politico, nonostante le restrizioni religiose e di regime, si respira nell’aria una costante energia e voglia di fare.

Le levatacce, i lunghi viaggi in autobus, la più che notevole quantità di chilometri percorsi a piedi sotto un sole micidiale (e purtroppo per me, coperti da capo a piedi), non hanno scalfito minimamente la vitalità della quale un viaggio del genere riempie. それ’ stata una vacanza perfetta: scorrevole, stimolante, attraversata assieme ad un compagno di viaggio immancabile e ideale.

Consiglio a chiunque questo percorso, ed esattamente in quest’ordine, anche dal punto di vista storico e della storia dell’arte (da Teheran a Shiraz, Persepoli e gli altri siti archeologici non distanti, Yazd, Isfahan e Kashan, per poi tornare con più coscienza a Teheran) con i consigli e le accortezze del caso, che non sono poi molte, dato che attraversare l’Iran è assolutamente semplice. Voglio tornare in Iran: lo prometto a me stessa. Ho ancora molto da vedere e da scoprire, ed è un logo che mi ha fatta sentire bene e profondamente a mio agio.

Per chi si ponesse questioni rispetto al ruolo della donna, devo riconoscere che abbiamo incontrato solo sguardi forti e decisi di donne colte e combattive, scoprendo quanto sotto alla scomodità dellHijab e del Chador (utilizzato tuttavia solo dalle famiglie più tradizionali), essa resti indissolubilmente un pilastro della società iraniana. Dominate anch’esse da una gran curiosità, le donne in Iran sono libere di fare praticamente tutto: si muovono autonomamente e in totale sicurezza, lavorano, escono per divertirsi, restano fuori fino a tardi (date le temperature, si vive molto in strada o nei parchi, la sera e la notte) e sono dolci, solidali, accoglienti. Mi sono innamorata delle donne iraniane: questi occhi grandi che occupano volti perfetti, curatissimi, anche con qualche esilarante eccesso (pare che in Iran tutti, uomini e donne, abbiano la fissazione di rifarsi il naso e in effetti il numero di persone incerottate che abbiamo incrociato conferma in pieno questa voce). Donne velate con tacco 10, che al momento giusto si getteranno il velo e molto altro alle spalle, mantenendo quasi certamente solo l’aspetto più decorativo di certi obblighi del presente.

Le città iraniane sono pulitissime (nulla a che vedere col nostro territorio, che al confronto è molto sporco): un costante formicolio di operatori le mantiene linde, ma l’aria è molto inquinata, per via del traffico assolutamente folle e delle risorse energetiche sfruttate in maniera sbagliata. L’Iran ha assoluto bisogno di fonti che non siano il petrolio e pur avendo già micidiali impianti eolici e anche un notevole impianto solare a concentrazione vicino a Shiraz, davvero deve cominciare a sganciarsi dalle vecchie sostanze, proprio per una questione di sostenibilità della vita cittadina, perché a Teheran davvero si faticava a respirare, così come probabilmente sta accadendo in tutte le odierne megalopoli in via di sviluppo.

I grandi parchi e gli onnipresenti giardini che i persiani sanno viversi benissimo, in un’atmosfera di piena socializzazione, fortunatamente restano i polmoni delle città.

Le uniche cose che non mi mancheranno saranno la guida spericolata dei tassisti, che ci ha portati più volte a dirci addio nei sedili posteriori delle macchine, gli attraversamenti stradali da cardiopalma (e stavolta non lo dico perché ho paura io, ma davvero, cose inimmaginabili), l’impossibilità di usare i social network o di scambiarsi e-mail e i 35 gradi all’ombra completamente vestita, che non rimpiango assolutamente.

E tornerò a pensare al profumo dei gelsomini e delle rose, rivedendo gli infiniti decori che in Iran ricoprono qualunque cosa e puntando a vivere in maniera caleidoscopicae forse mi consolerò con la Sicilia, ma non sarà la stessa cosa. Mi rivedrò ad Isfahan, con Luca, nel palazzo di Kakh-e Chehel Sotun, toccherò i tessuti variopinti che mi sono portata via, osserverò la luce della filigrana, consiglierò questa meta ad ogni architetto e filosofo che conosco, cercherò quel nome persiano che tutti mi hanno detto che suona come Leda e forse, io che credo profondamente al nulla, pregherò anche Ahura Mazda, なぜない, in un momento di simpatia per divinità così luminose, perché l’Iran torni ad essere, dopo più di trent’anni, un paese nuovamente libero, dotato di un fascino ed una perfezione irresistibili.

 


 

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