«Io, videomaker qui»

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Andrea Bersani racconta il suo documentario “La voce di mio fratello”: girato tra Milano e Roma, premiato a Londra, svela la straordinarietà dell’ordinario.

Milano brulica di artisti e di maestranze dell’audiovisivo. Ha una sua tradizione cinematografica, ma nel tempo e con la crisi dell’industria italiana, questa si è orientata verso prodotti di natura quasi esclusivamente commerciale e pubblicitaria. Ci sono molti studenti di cinema presso le scuole civiche, le private, lo IED, la NABA, ma nel tessuto culturale non esiste una formula produttiva che metta insieme le giovani maestranze, creando per loro terreno fertile. Viviamo nell’epoca dei videomaker che hanno accesso ad ottimi strumenti, ma le loro opere non emergono, non trovano distribuzione e non riescono realmente ad esistere. Andrea Bersani, giovane regista tra Milano e Roma, a novembre ha ricevuto il premio per il Miglior Film Documentario all’UK Film Festival 2016 di Londra con “La voce di mio fratello”, film autoprodotto e ora alla ricerca di un circuito distributivo.

Come nasce l’idea di questo film?
«Dal mio effettivo incontro con la famiglia che viene raccontata, che mi colpì molto per la forza con la quale ha affrontato il più atroce dei lutti, senza smarrire il senso della vita. Il documentario incontra la nostra dimensione esistenziale quotidiana, puntando l’attenzione sul valore del ricordo e sul senso del tramandarlo».

Che supporto hai trovato in città per la realizzazione del tuo progetto?
«Questo film poteva essere fatto solo con il tocco che l’autoproduzione garantisce. Per entrare in contatto con l’intimità dei protagonisti servivano pazienza, attrezzatura non invasiva e la possibilità di seguire il ritmo della famiglia nel suo mettersi psicologicamente a nudo».

Quale futuro vedi a Milano per il cinema d’essai autoprodotto?
«Fare il videomaker è molto faticoso: bisogna saper fare tutto da soli e non sempre le storie si adattano a questo tipo di procedura. Il cinema ha una dimensione collettiva imprescindibile che mescola eccellenze tecniche e l’apporto artistico ed umano delle persone che lavorano ad un film».

Come si può intervenire?
«Serve un circuito che aiuti davvero ad emergere anche in questo settore, perché la concorrenza e le competenze all’estero sono ad un livello altissimo».

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IL DOCUMENTARIO

“La voce di mio fratello” racconta la storia di Anna – cinque anni – e della sua sorella minore Sharon, due anni di vivacità incontenibile. Le due dovrebbero avere anche un fratello maggiore, che tuttavia non si vede. Dalla loro nascita, Riccardo le accompagna attraverso mille storie raccontate dalla mamma Francesca e dal papà Massimo, ma sentirlo vicino è davvero difficile. Durante un pomeriggio d’estate, dal fondo di un armadio affiorano delle videocassette ricche di immagini girate almeno quindici anni prima. Anna e Sharon ora potrebbero incontrare davvero il fratello, vederlo muoversi e soprattutto udire la sua voce per la prima volta. La stagione delle vacanze si trasforma nella scoperta della storia di una famiglia, nell’intimità della loro casa; fuori, nelle campagne, si susseguono i rituali della semina e del raccolto: una metaforica quotidianità fatta cose semplici, che si ripetono maniera ciclica.

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