Apichatpong Weerasethakul: Primitive

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All’Hangar Bicocca, interessantissimo spazio d’arte di Milano, è ospite ormai da più di un mese la conturbante e mastodontica (soprattutto per la sua durata complessiva) video installazione del regista thailandese Weerasenthakul. Il progetto, che prende la forma di un film intitolato Primitive, è un’opera poliedrica che attraversa più forme di fruizione audiovisiva, le quali attingono a piene braccia dalle linee del documentario e corrisponde ad un progetto realizzato assieme agli abitanti di Nabua, nel Nord-Est della Thailandia, che mettendo in scena determinate situazioni sotto l’occhio vigile della videocamera di Apichapong, commemorano le violente repressioni avvenute nel villaggio tra il 1960 e l’80.

Facendoci interagire con 10 postazioni nelle quali l’immagine viene proiettata su materiali differenti e proposta in maniera sia attiva che passiva e sfruttando la potenza di figure, ritmi, suoni, nonché un uso molto intelligente di mezzi poveri, come ad esempio il fuoco, che è nucleo della cultura del luogo, il regista riesce dar vita ad un universo di realtàaltra”. Giovani sereni e dal look estremamente contemporaneo, se non post-punk, vivono il presente, coinvolti in questo gioco di interpretazione di una favola di realismo magico, evocando quasi inconsapevolmente tutti i fantasmi del passato del luogo.

In questo modo, perseguendo un intreccio davvero singolare che si apre con la musica dei Modern Dog, in una clip nella quale i ragazzi del luogo, ripresi in un gesto liberatorio, ballano su un camioncino e propongono anche a livello di formati ed inquadrature, il modello del videoclip musicale, si giunge paradossalmente a rivivere l’esperienza della trincea, con il sonno comune chiuso in spazi angusti e guidato da sogni che portano al di là del tempo e dello spazio, una navicella che si fonde con la natura incontaminata e fulmini notturni che scuotono il silenzio del luogo come fragori di bombe. Lo scroscio del vento, il rumore della pioggia, riempiono attese infinite sature di malinconia e i ragazzi in mimetica vivono le attese del luogo, mentre imparano a sparare, scrutati dai volti della gente uccisa nel villaggio, che li guardano dalle pareti di palafitte che sembrano appartenere ad un’altra dimensione, accostate ad un palloncino di Hello Kitty che vola. La musica contemporanea si fonde con antiche ballate riproposte con chitarra in mano e ci si perde nello sguardo malinconico di un giovane, mentre figure archetipiche e da fiaba attraversano campi giganteschi che prendono fuoco. C’è qualcosa di terribile nell’immagine apparentemente statica di Weerasenthakul, di quasi orrorifico: il riposo diventa rosso sangue, lo schermo cinematografico prende fuoco e il gioco del calcio diventa rumore di mina che salta. Alla fine, la luce di un proiettore ti osservaquasi psichedelica e il gioco visivo diventa politico. Alla contemplazione e alla calma apparente della memoria si sovrappongono la vita, la morte, la percezione della violenza e della distruzione, evocate da fiamme che diventano tuttavia qualcosa di estremamente naturale, perfettamente inserite nel cerchio della vita.

Per capire l’opera di questo artista mi ci è voluto del tempo e una doppia visione: adesso che lo osservo meglio lo apprezzo moltissimo, perché è qualcosa che non ho in realtà mai visto, completamente fuori dagli schemi e che non risponde ad alcun modello di videoarte che personalmente abbia incontrato, se non addirittura in antitesi con la fruizione immediata che ci si aspetta e in un colpo solo vicino al cinema documentario, a quello asiatico, ma anche al manga, alla fiaba e al dipinto. Non ho mai visto un’intersezione del genere e talmente riuscita, ma ho il dubbio che purtroppo saranno in molti a non capirla: perché richiede tempo, pazienza e uno sguardo che sa osservare, molto in antitesi coi i ritmi del nostro quotidiano e del fruitore medio di tale forme d’arte (ma magari mi sbaglio…לייתר דיוק, lo spero).

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