Un dialogo tra Gaber e Brel al Teatro Studio

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Chi mi conosce sa bene della mia fissa per Gaber e quindi capirà che non potevo mancare a questa magnifica serata, assolutamente gratuita, che il 12 marzo si è tenuta al Teatro Studio di Milano, a 10 anni dalla morte di Gaber e organizzata da Micaela Bonavia in collaborazione con Institut Français Milano. L’intreccio tra video delle esibizioni dei due cantautori, interviste, scritti, ed interventi degli artisti nel corso della loro vita, è estratto da un più ampio studio, che dal mio punto di vista sarebbe interessante mettere on line, soprattutto per come si intreccia con raro materiale d’archivio audiovisivo.

Mi ha impressionato la presenza scenica di Brel, del quale conoscevo molti brani, ma che in effetti non avevo mai visto esibirsi, in quell’intreccio perfetto ed assoluto di poesia, canto e teatro che caratterizzava le esibizioni sempre diverse dei due chansonniers. Mi ha colpito la simmetria mentale tra i due personaggi: il perfetto coincidere di idee, di esistenza e talvolta anche di parola tra due persone cresciute in ambienti diversi, a dieci anni di distanza anagrafica uno dall’altro e tuttavia a tratti quasi identici. E mentre uno si rivolge dal Belgio all’Italia, l’altro sa parlare del nostro paese, ma guardandolo incastonato nel cuore dell’Europa mediterranea, a cavallo tra Nord e Sud. Mi ha colpito il loro identico modo di fare canzone, di essere presenza sulla scena e di riflettere malinconicamente su tutto e su sé stessi, con franchezza, trasparenza, ed onestà (anche se Brel, per sua natura, era ancora più violento e cinico di Gaber).

Così, durante due piacevolissime ore, tra video e letture in italiano e in francese, si è parlato di ispirazione, di trasformazione, di concretizzazione del presentimento e del fare arte, inteso come trasformazione del discorso personale in qualcosa di tangibile e in questo caso ascoltabile e visibile. Gaber ci ha raccontato di come per lui comporre una canzone fosse qualcosa di fisico, di “fisicizzante” e dello sfinimento al quale porta l’amore per le cose e per l’arte. Si è parlato dell’afasia che caratterizza il nostro tempo (e la sera prima si trattava della stessa cosa, in una seduta di poesia al parco Trotter, quasi 40 anni dopo). La mancanza di pensiero e di cultura porta al declino delle società e l’impossibilità di tradurre i pensieri in parole è qualcosa di disperante: è la fine di un impero intellettuale.

Trovare le parole per dire, è complesso: è una ricerca, è un lavoro. Quando si è scioccati dalla vita, quando “ci fa male il mondo”, si scrivono libri, film e canzoni; l’artista è qualcuno che sente, profondamente, che ha bisogno di esprimere questo sentore e di trasformare tutto in un discorso esistenziale, per non farsi violentare dal mondo che lo circonda. L’artista non deve e non può tradire sé stesso e costringersi ad entrare nella pelle degli altri: sia per Gaber, che per Brel, sentirsi vivi significava soprattutto essere soddisfatti di sé stessi.

I cantanti trattavano della violenza della vita, ma anche della sua bellezza e di una tenerezza vissuta senza singhiozzi e per ciò che è. Si è riflettuto, in maniera estremamente attuale (e questo fa sempre impressione), sulla cosa politica e su come spesso l’ideologia diventi un modo elegante di barare, sul quale vince sempre la teoria e la capacità di inventare. Fa paura e anche un po’ specie, l’analisi impietosa di Gaber sull’individualismo anarcoide italiano: “…l’Italia sopporta bene il disfacimento…” e fa impressione capire quanto i due autori fossero lungimiranti.

Così non dimenticherò mai e mi è venuta voglia di cantare: Le Scimmie, di Brel, La stanza del nonno, di Gaber, Les Vieux, di Brel e mille altre canzoni, tutte perfette, tutte vere, sentite e pensate. Ricordando Gaber mi viene da pensare anche alla bravura del suo eccellente coautore, nonché pittore, Sandro Luporini e a come un Francese Belga e un Italiano Sloveno siano riusciti così bene a leggere dentro e fuori dalla loro cultura di appartenenza e a diventare trasversali ed universali, senza mai perdersi nella retorica.

Rivolgo a una mia cara amica, che forse la saprà cogliere, una chiusa a riguardo, detta da Gaber tempo fa: “La provocazione è un gesto d’amore, ma la gente lo capisce sempre dopo”. Bisogna farsi amare e farsi capire, ma anche amare facendo capire o capire facendo amare (en bref, su questo c’è da riflettere).

Un’ultima osservazione: il filtro audiovisivo, lo diceva anche Gaber, trasmette mezze verità e ogni tanto è bene farlo cadere, come accade in teatro, ma d’altra parte quant’è bello poterli rivedere, questi cantautori, per noi che all’epoca non c’eravamo, o che eravamo troppo piccoli.

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