La metafora del Treno

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Questa mattina, direi poco dopo l’alba, mi capita tra le mani un trafiletto de Il fatto Quotidiano scritto da Bruno Tinti, a pagina 18. Lo leggo e ci trovo del genio. Ditemi se non siamo noi italiani: in maniera dannatamente realistica.

C’è un treno lanciato nella notte. I freni funzionano male perché il presidente delle Ferrovie si è fatto corrompere e ha dato l’appalto a una società che ha risparmiato sui materiali. Ci sarebbero i freni d’emergenza, ma il ministro dei Trasporti si è fregato i fondi che servivano per i corsi di formazione del personale che dunque adesso non sa come azionarli. Un solo ferroviere saprebbe farlo (ha un amico tedesco che glielo ha spiegato) ma si è ubriacato. Il treno andrà a sbattere in stazione a 300 all’ora. L’unica sarebbe azionare, in ogni vagone, i freni a mano, quelli con le maniglie rosse e i cartelli delle multe. Ma i passeggeri dormono, chiacchierano, mangiano e quando una hostess terrorizzata gli dà la tremenda notizia, cominciano ad imprecare contro i responsabili di questo disastro. Nessuno si alza per andare a tirare la leva: non tocca a me, è pericoloso, la colpa è di quella gente, io che c’entro? Il treno continua a correre, si schianta e tutti muoiono.

Non c’è nemmeno bisogno di una vignetta, per rendere tragicomica questa realtà.

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