Nashville, di Robert Altman, 1975

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Mi è capitato di vedere questo film di cui avevo parecchio sentito parlare e dato che la mia intera filmografia su Altman è carente, credo che dopo aver visto questo mi farò una bella esplorazione di tutto quel che ha prodotto, che non è poco!

Nashville è praticamente la rappresentazione cinematografica del celebre festival di country music dell’ormai famosa capitale del Tennessee, ad è stata anche un’occasione per allestire il più grande happening della carriera del regista: una sorta di set itinerante continuamente in movimento lungo il territorio della città. Altman è riuscito ad imbastire una trasparente allegoria del suo Paese, visto, sorpreso e analizzato nel corso di gioioso quanto macabro “rito di massa”. La manifestazione musicale è l’escamotage attraverso cui il regista squaderna sullo schermo un viluppo di storie, fatti, suoni e colori che sfondano subito i confini fisici di Nashville e della sua popolazione, ridotta a “campione umano”, esaltato dal ricorso al formato largo; in questo modo ciò a cui disperatamente la produzione degli anni Cinquanta si aggrappava per rilanciare l’unicità della visione in sala, diventa in mano agli autori del film in questione molto più che un orpello tecnico (quello che poi, unfortunately, ultimamente è ridiventato). In questo film l’uso del Panavision è servito davvero! Permette infatti di catturare porzioni di realtà impensabili per un taglio televisivo, pur restituendo l’idea di una specie di cronaca, di qualcosa di unito, ma allo stesso tempo di frammentario, che necessita di un completamento (o ne dà l’impressione) da parte dello spettatore. In Nashville la fotografia, associata ad un consapevole uso della profondità di campo e dello zoom, si è trasformata in uno strumento eccezionale per chi abbia interesse a sottolineare la compenetrazione tra l’individuo e l’ambiente che lo contiene.

Il film lo definirei quasi un “ipertesto”, nel quale del resto una serie di operazioni sono ben lungi dal limitarsi all’aspetto visivo: l’autore infatti ha riposto anche nel sonoro della sua opera parte integrante del senso in gioco, sperimentando per l’occasione un all’epoca innovativo sistema di registrazione a ventiquattro piste, l’unico adeguato al tipo di lavoro che si prefiggeva di realizzare. La restituzione fedele di voci e rumori, slogan e canzoni dispiegati nel tentacolare universo del film è pertinente al suo proposito di fornire al pubblico quanto più materiale visivo, sonoro e umano fosse in grado di mettergli a disposizione, da cui ogni singolo spettatore potesse attingere per costruire il “proprio” film. Per forza di cose, il set diventa l’intero nucleo urbano: gli eventi si rincorrono e non si capisce più se il cinema insegua la musica o viceversa. Arriva gente da tutti gli Stati per partecipare o assistere al Festival di musica, ma negli stessi giorni Nashville è teatro di un evento parallelo, costituito dalla campagna di un fantomatico politico (che non appare mai) candidato del “Terzo Partito”. Naturalmente c’è tutto l’interesse, da parte di chi lavora per lui, nel canalizzare l’evento musicale a favore della riuscita elettorale e questo è lo sfondo sul quale il film inscrive il suo materiale umano. Tuttavia la macchina da presa del regista rimane sempre in “superficie” e difficilmente si preoccupa di adottare un’ottica di tipo emotivo: in continuo movimento, essa si cura bene di non avvicinarsi mai troppo al suo materiale umano e nel film non si trova praticamente traccia di primi piani, da sempre lo strumento principe del linguaggio cinematografico in fatto di approfondimento psicologico. Per tutto l’arco del film si ha la netta sensazione di stare “dalla parte” di qualcuno, quasi che noi stessi fossimo diventati gli operatori di questa specie di “documentario”: un sensazione assai curiosa. Ma è solo uno dei tanti tranelli dell’autore: la sua scrittura “superficiale” non privilegia niente e nessuno, puntando ad un certo punto il mirino della macchina da presa direttamente contro la platea, durante il concerto finale, nella quale gli spettatori si guardano tra di loro con espressioni interrogative, come se proprio tra loro (we) dovesse ad un certo punto accadere qualche cosa.

Forse non soddisfatto della forte critica inflitta ad un popolo che pur di far continuare lo spettacolo di vecchi mostri, pur di non doversi preoccupare direttamente delle cose, intona “It don’t worry me” anche dopo un omicidio, il regista non lascia fuori dalla sua accusa nemmeno lo spettatore cinematografico, il cui ruolo privilegiato di neutro osservatore poteva far credere d’essere esentato dall’invettiva.

Nasville mi ha stupita molto: per la sua struttura composita, corale, per le storie dei molti personaggi assurdi quanto realistici che si intrecciano nello stesso ambiente, per la capacità di descrivere i costumi di un luogo in una determinata epoca attraverso la musica e in maniera così fluida, per cui da un personaggio si scivola sull’altro in continuazione, sul filo di un destino invisibile che sembra legarli e che si associa alle caratteristiche dell’ambiente in cui vivono (è vero che Altman è un po’ antropologo!). Mi sembra espresso con chiarezza e senza alcuna retorica il disagio generazionale di una comunità che vuole tagliare i ponti con il suo passato, con il rispetto per i vecchi padri e ormai usurati simboli. Il ragazzo che spara alla famosa cantante country (and questo genere musicale viene preso in giro e martoriato dall’inizio alla fine, semplicemente mettendo lo spettatore di fronte all’evidenza di quanto ormai sia invecchiato e inadatto al tempo cambiato) lo fa poco dopo che ella ha concluso una canzone proprio in omaggio a tutti i padri e le madri d’America, come se a quel punto non avesse più potuto fare altrimenti. La musica di questa cantante è bella, interpretata bene, meglio di molti altri che sentiamo nel film, ma rappresenta qualcosa di già passato, di ormai contaminato dallo Star System e di rivolto su se stesso, incapace di evolvere: che ha fatto, in sostanza, il suo tempo.

La musica si fa manifestazione vivente di qualcosa di ormai morto e sepolto. La mancanza di rispetto verso il passato, per certi estremi anche criticabile, la si nota nella figura della modella che non considera la zia nemmeno in punto di morte e che frivola e superficiale, è diventata ormai apparenza totale. Tom invece, il cantante belloccio, cerca l’amore vero in una madre di famiglia, la quale rappresenta probabilmente un mondo pensato come puro, ma in realtà ormai contaminato da un presente moralmente più caotico del passato.

Nashville è senza dubbio una fortissima denuncia al mondo dello spettacolo, in nome del quale la gente è disposta a vendersi con facilità pur di avere un momento di celebrità, come fanno la cameriera stonata o la stessa Barbara Jean (la cantante famosa), che ha ormai esaurito le sue energie nella costante applicazione di un sogno che l’ha distrutta fisicamente e che forse apparteneva più a sua madre che a lei, o che probabilmente non poté nemmeno scegliere. E’ una critica al giornalismo, soprattutto televisivo, vano e superficiale, attratto dal sensazionalismo e portato avanti in maniera ingenua (convincente quanto fastidioso il personaggio interpretato da Karen Black), è un film sulla contaminazione, prima di tutto tra vecchio e nuovo, che ci porta da un estremo all’altro, vale a dire dall’adesione totale e conservatrice al passato, al distacco totale e crudele dalla storia e dal vissuto personale. Girata un po’come se fosse un documentario e anche un musical, è una pellicola dal ritmo calmo, lento, in cui molti dei personaggi sembrano vivere quasi solo in nome dei tempi andati, come ad esempio il militare che insegue la cantante in tutti i suoi concerti perché la madre glie l’ha chiesto in punto di morte e che con il decesso (forse) della cantante vede svanire quello che è ormai diventato quasi l’unico scopo della sua vita.

Nashville mi ha dato l’idea del momento in cui si colloca, mi ha infilato questioni nel cervello quasi senza che me ne accorgessi, è un film molto particolare.

Ho scritto troppo J

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