A Ciambra

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Pio, 14 age, vive nella piccola comunità Rom denominata “A Ciambra” in Calabria. Beve, fuma ed è uno dei pochi che siano in relazione con tutte le realtà presenti in zona: gli italiani, gli africani e i suoi consanguinei Rom. Pio segue ed ammira il fratello maggiore Cosimo e da lui apprende gli elementi basilari del furto. Quando Cosimo e il padre vengono arrestati, tocca a Pio il ruolo del capofamiglia precoce, che deve provvedere al sostentamento della numerosa famiglia.

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Quando ci si guarda allo specchio

A Ciambra è un film calamitante: una pellicola che ti entra dentro, in maniera sempre più forte, realistica e allo stesso tempo a tratti onirica, per non andarsene più. Sarà per merito della bellissima e naturale fotografia di Tim Curtin, che ha cominciato la sua carriera in Mediterranea, precedente film di Jonas Carpignano, o soprattutto per l’eccezionale bravura di tutti gli attori, among which Koudous Seihon e il meraviglioso protagonista, Pio Amato. Fatto sta che abbiamo il privilegio di assistere alla visione di un film perfetto: pieno di ritmo e di significato, compelling, interesting, vero e potentissimo.

Jonas Carpignano torna nei luoghi che avevano contraddistinto i suoi esordi, con la passione e la tenacia di chi conosce a fondo la materia che tratta. La sua scrittura racconta un universo gangster affascinante, romantico, claustrofobico, e che non consente via di scampo, come e peggio delle vicende dei Pavee (i nomadi irlandesi) raccontate in Codice Criminale, of Adam Smith. Il regista attrae lo spettatore verso la fascinazione di un mondo che sembra impossibile, lontano anni luce, e che invece è parte della Calabria di oggi, 2017, nonostante tutto e sotto gli occhi di tutti. Carpignano tiene bene le redini di un film che fonde perfettamente la riflessione socio antropologica, al desiderio di raccontare una fase di passaggio fondamentale per il suo protagonista.

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Pio Amato porta sulle spalle l’intero film: ci affascina, commuove, ci fa vivere sulla sua pelle quell’ingrato momento che è la transizione dall’infanzia all’età adulta, con tutte le sue brutture, la violenza, e l’egoismo che si trascina dietro. Nel suo sguardo si leggono domande esistenziali che la voce non sa esprimere, così come dalla sua ritrosia e dai suoi imbarazzi emergono i segni di un’infanzia e di una preadolescenza che non hanno potuto essere tali, per colpa della fame, del bisogno, del desiderio di far parte di quel mondo che sembra un miraggio e che invece sta lì, proprio dietro l’angolo.

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Il regista si mette al servizio di queste persone che in gran parte recitano sé stesse e lo fanno con una spontaneità e veridicità che pochi nel cinema italiano sanno gestire con altrettanta maestria. La macchina da presa entra nelle loro vite senza pretendere di asservirle ai propri fini e sapendo anche mutare modalità e tempi a seconda della comunità messa in luce. Gli africani ad esempio, che per i Rom sono tutti ‘marocchini’, esprimono una vitalità non folcloristica, che sgorga dal dover sopravvivere in un ambiente non amichevole (com’è effettivamente il Sud Italia da sempre, per chi viene “da fuori”) e che contrasta con la lucida determinazione malavitosa degli uomini della ‘ndrangheta locale.

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A Ciambra è lo spietato ed efficace ritratto di un mondo che molti preferiscono non conoscere e disprezzare. E’ un film di un’importanza fondamentale, soprattutto per noi italiani. Speriamo solo che non venga frainteso (anzi è impossibile: il film è lampante nei suoi messaggi). Here, speriamo solo che, come al solito, non venga strumentalizzato a piacimento, per fomentare assunti aprioristici e generalizzanti.

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Molto interessante la colonna sonora di Dan Romer, moralmente devastanti certi inevitabili passaggi che ricordano tanto le delusioni di personaggi di Victor Hugo, o di Matilde Serao. Importantissima, ed espressa con tatto, in maniera per nulla retorica, la differenza tra le popolazioni nomadi del passato, nate libere e che sceglievano consapevolmente di mantenere la loro libertà, contro quelle del presente, schiacchiate dai cambiamenti dell’economia mondiale e rese parassitanti, viziate, ancora più schiave delle società democratiche (estremamente significativa la scena della bolletta della luce di 8000 euro, che la nonna di Pio deve pagare).

Ma sono tante le scene e i momenti di questo film, che restano addosso come ricordi propri.

Un’opera da vedere, assolutamente.

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