L’illuminazione (o di quando si comprende esattamente come funzionano le cose)

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Ho finalmente capito cosa sta accadendo ai servizi sociali. Quest’articolo illuminante ne spiega l’attuale funzionamento più di mille altre descrizioni di servizi di ogni tipo, che sistematicamente non vengono attivati (anche per la sottoscritta).

http://www.lombardiasociale.it/2016/09/27/chi-accede-ai-servizi-per-la-disabilita/?c=punti-di-vista

Sembra che il servizio sociale italiano e milanese sia stato portato, nel corso degli anni, a doversi dedicare: <<prima ai casi “gravi, poveri e urgenti”, poi se avanza tempo ai “gravi e poveri” e solo dopo, in caso di residui di bilancio, agli altri>>.

In questo momento, se alla porta di un servizio sociale comunale bussa:

* una persona con disabilità intellettiva adulta, che vive con i genitori ancora in forma e con un reddito dignitoso, per chiedere un progetto di vita che lo possa emancipare dall’assistenza dei suoi genitori …

* … una persona con disabilità motoria che vive con i suoi familiari e che chiede un contributo per pagare l’assistente personale che gli possa garantire la sua indipendenza …

* … una persona con qualunque forma di disabilità che, per vivere non ha bisogno di particolare assistenza, ma che, in ragione della sua disabilità non riesce a trovare lavoro e a sviluppare relazioni significative e che quindi risulta essere sempre in carico alla sua famiglia faticando a trovare un proprio ruolo sociale …

… non troverà alcuna vera risposta, né dai servizi sociali pubblici ma anche, sempre meno, da quelli promossi dal volontariato, dall’associazionismo e dal mondo della cooperazione. Tutti avranno altro da fare, perché impegnati ad affrontare le emergenze e a dare assistenza e conforto a chi è meritevole delle loro attenzioni perché “veramente grave e veramente povero”.

Ed ecco cosa molto probabilmente accadrà a mia sorella: <<Ma queste persone devono solo avere pazienza. Il tempo passerà anche per loro e per i loro familiari. E con il passare del tempo, lasciati soli a se stessi, le risorse finiranno e così diventeranno poveri. L’isolamento aggraverà le condizioni di salute e di funzionamento e diventeranno di giorno in giorno “più gravi” e, nel frattempo i loro care giver non avranno più le energie per occuparsi di loro. Arriverà quindi il giorno in cui avranno una emergenza a cui fare fronte: ci si accorgerà allora che sono (diventati) anche loro “gravi e poveri”: offriremo loro assistenza a domicilio (“per ritardarne l’istituzionalizzazione”) ma, presto o tardi, si libererà un posto in una struttura dove saranno sistemati, per tutta il resto della loro la vita.>>

Infine il messaggio che, tra mille difficoltà e quasi priva di speranze, appoggio: <<Si tratta in primo luogo di non considerare “urgenza e emergenza” ciò che sono solo i fatti ordinari della vita: non c’è nulla di più prevedibile del passare degli anni di una persona, anche di una persona con disabilità e dei suoi familiari. Si tratta di affrontare i nodi fondamentali dell’esistenza, con la consapevolezza che la risposta non la troveremo collocando le persone nel migliore servizio disponibile ma, semplicemente, dedicando loro tempo, ascolto e attenzione per trovare insieme la migliore via, non per “risolvere un problema”, né per “trovare la soluzione” ma semplicemente per vivere.>>

Nient&#8217;altro da aggiungere, con in bocca l&#8217;amarezza di vivere esattamente questa esperienza.

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