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Il Ringhiera rinascerà dalle sue ceneri

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L’Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca avvia l’addio alla sede di via Boifava.
La direttrice Serena Sinigaglia: «Ci batteremo per tenere vivo il teatro di confine».

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Folgorata da “Taking care of baby”

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Di sceneggiature come quella di Dennis Kelly, splendido esempio di teatro/documentario (verbatim/drama, in versione anglofona), non ce ne sono molte, soprattutto in Italia. Il testo si rivela, in tutta la sua potenza espressiva e drammatica, nell’ottima messa in scena degli studenti di recitazione del Teatro dei Filodrammatici di Milano, diretti da Bruno Fornasari.

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Quello che viene ormai comunemente definito Teatro Post-Drammatico, basato su interviste vere e materiali relativi a casi di cronaca, ricostruisce in questo caso, in una brillante e continua sostituzione degli attori per ogni ruolo, le vicende di una giovane donna che viene accusata di aver assassinato i suoi due bambini. Una Medea contemporanea, dalla personalità criptica e complessa, circondata da persone altrettanto borderline, come una madre ossessionata dalla carriera politica e disposta a tutto pur di arrivare dove vuole, uno psicologo opportunista pronto a teorizzare “la qualunque” pur di essere notato, ed un corollario micidiale di individui dalle personalità multiple e stratificate, tra pubblico e privato, che nascondono, mentono, ostentano, nel tentativo di ricostruire una situazione apparentemente inspiegabile, frutto di responsabilità sociali, umane, e relazionali.

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Davvero un’ottima scelta per questo saggio di recitazione: qualcosa di elaborato e contemporaneo, che ha molto a che fare con il nostro senso di responsabilità civile, con il concetto di consapevolezza, che dovrebbe distinguerci dall’animale, e con l’uso morboso e deleterio degli strumenti di comunicazione di massa. Bella anche l’idea, a questo proposito, di riprendere con una videocamera sul palco le “confessioni” dei personaggi, sovrapponendo fisicamente, proprio davanti ai nostri occhi, realtà e trasposizione mediatica. Qualcuno si rende conto del riverbero opportunista della cronaca odierna, come il personaggio del marito della protagonista, mentre molti altri ne hanno fatto un’arte, come la madre della giovane presunta assassina.

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Il filtro mediatico della comunicazione contemporanea rende tutti ugualmente partecipi della situazione e allo stesso tempo complici dell’orrendo gesto in questione. Perché le motivazioni dell’infanticida, che emergono dai dialoghi con gradualità sottile  e sofisticata, sono anche quelle, condivisibili, di chi oggi sceglie di non mettere al mondo figli: di chi non sopporta più il disumano e profondo squilibrio della nostra società e tutta la violenza, la follia, della quale è vittima e che contribuisce a creare. Chi si assume la responsabilità di mettere al mondo degli esseri viventi in una realtà che considera atroce, violenta e corrotta? L’interrogazione nei confronti dello spettatore riguarda il rispetto della vita, il concetto di empatia, il sapersi effettivamente calare nei panni dell’altro da sé, egregiamente raccolti e simboleggiati nell’emblema del creatore che arriva ad eliminare le proprie creazioni, immerso ormai in una realtà schizofrenica che altera e nega, al bisogno, qualunque cosa.

Gli interrogativi che ci lascia in mano questo testo sono moltissimi e importanti: chi siamo? Cosa stiamo diventando, come individui e in quanto società? Possiamo evolvere? Dobbiamo continuare a riprodurre questo status corrotto? A cosa possiamo ancora credere oggi? Qual è il limite del diritto umano?

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Dennis Kelli ha esordito nel 2003 sulla scena teatrale londinese con l’acclamato Debris. After the End ha invece debuttato nel 2005 al Traverse Theatre di Londra, ottenendo grandi consensi anche al festival di Ediburgo. Il drammaturgo è anche autore del musical Matilda e di Love and Money, uno dei suoi testi di maggior successo, messo in scena a Milano sempre dal Teatro dei Filodrammatici.

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Uno più bravo dell’altro, convincenti ed emozionanti, fra tragico e comico, i giovani attori: Luigi Aquilino, Edoardo Barbone, Denise Brambillasca, Gaia Carmagnani, Eugenio Fea, Ilaria Longo, Simone Previdi, Alessandro Savarese, Valentina Sichetti, Irene Urciuoli e Daniele Vagnozzi. Chiara Serangeli assistente alla regia.

Visto presso il teatro dei Filodrammatici di Milano il 23 giugno 2017.

Marylin e la Signora in Giallo, forever

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Niente male, per una storia comunque molto originale

In un Pacta Salone dei Teatri completamente rinnovato, anche se sempre collocato in una zona che potremmo definire “difficile” di Milano, di certo ben collegata, ma anche periferica, e  più che altro residenziale, abbiamo visto questo originale spettacolo, in prima assoluta, scritto da Ileana Alesso e Gianni Clocchiati  e diretto da Riccardo Margherini.

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Nulla di  trascendentale, ma di certo uno spettacolo divertente, singolare e ben scritto. Tra una battuta e l’altra le bravissime ed irrinunciabili Maria Eugenia D’Aquino e Annig Raimondi, danno vita, consistenza e ritmo, ai “fantasmi vocali” della commedia, raccontando, in un’atmosfera sospesa e surreale, la consapevolezza dell’inconsistenza di chi da sempre agisce nell’ombra.

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Sulla scena personaggi vestiti di bianco si muovono in uno spazio-tempo infinito, scandito dall’interessante spostamento di una panca/orologio, ed accompagnati da un sottile sottofondo musicale vagamente elettronico, che mescola registrazioni che richiamano l’eco di film, di programmi radiofonici, di trasmissioni televisive… il ritorno misterioso della voce.

Due donne, due doppiatrici, si incontrano in un Al di là che si fa nave da crociera di patinati anni ’50. Una è la voce di un mito: l’indimenticabile Marylin Monroe, mentre l’altra è quella della Signora in giallo, l’inossidabile Jessica Fletcher. Insieme cercano di comprendere dove si trovano, chi sono, qual è stato il loro ruolo sulla terra, e perché restano in una condizione di sospensione, intrappolate in questo limbo lussuoso, nel quale si chiedono soprattutto cosa sia realmente accaduto a Marylin e il perché della sua morte, o della sua improvvisa scomparsa, ipotizzando anche precise interferenze della mafia rispetto ad un nutrito spaccio di cocaina negli anni dei Kennedy.

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La commedia funziona, il ritmo è buono, le attrici brave e divertenti, ma lo spettacolo è fortemente penalizzato da una scenografia assolutamente vergognosa:  immaginata correttamente, ed anche interessante nella sua essenzialità, è purtroppo rovinata da una realizzazione dilettantistica e triste… direi anche bruttina, purtroppo.

Lo spettacolo avrebbe funzionato molto meglio se la scena fosse stata completamente vuota, o ci fosse stata solo la panca, bianca, con segni essenziali per le ore, e nient’altro.

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Suzanna Andler, la donna più tradita di Saint-Tropez

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Una strana regia disarticolata

Scelgo di non riportare la sinossi di questo dramma e di questo spettacolo perché la trovo riduttiva e profondamente fuorviante. Manifatture Teatrali Milanesi mette in scena al Teatro Litta, fino al 15 luglio, l’importante testo di Marguerite Duras, che stupisce per la sua attualità.

Già perché nel seguire i drammi spiccioli e borghesi della società francese del boom industriale, tra ville al mare, e il vuoto cosmico del quotidiano di gente che della propria ricchezza e del benessere, non sa proprio che farsene, in realtà vediamo emergere chiaramente stereotipi e formalità che fanno ancora misteriosamente parte della nostra società. Anzi, che rispecchiano la collettiva e distorta aspirazione ad una borghesia, e dunque ad un arricchimento, fini a sé stessi e fatti di superficie.

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Il testo della Duras è lungimirante e definitivo: asciutto e chiarissimo nei suoi intenti. Peccato per la messa in scena, perché Antonio Syxty azzecca l’atmosfera, i costumi, le fattezze dei personaggi, e sceglie di dare un’appropriata rilevanza al testo, trasformando gli attori in burattini confusi ed infelici, ma dà vita allo stesso tempo ad uno spettacolo senza ritmo e piatto, troppo frammentato e a tratti quasi parodico (spero involontariamente).

Peccato davvero, perché il messaggio di base era interessante, gli attori bravi, soprattutto Menconi, le scelte musicali buone (con i Pixies interpretati al pianoforte e molto altro), ma la regia è talmente sconnessa da non restituire chiaramente le riflessioni del testo, anzi, da confonderle.

Messo tra i “romantici” il dramma stona: è chiaramente una storia di natura esistenziale, che parla del vuoto interiore e della dispersione dei valori, in primis quello dell’amore. Una storia che analizza il consumismo più bieco, che penetra nelle radici delle relazioni. Non ci vedo alcuna forma di romanticismo, ma capisco la difficoltà di  collocarlo.

Andrebbe rimesso in scena in altra maniera. Troppa gente è uscita dal teatro prima della fine…

( Visto il 3 luglio 2017)

Milano Flamenco Festival – Decima edizione

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Espressione massima

Il 28 giugno ho potuto assistere, con immenso piacere, ad uno spettacolo incredibile: in assoluto la migliore esibizione di Flamenco contemporaneo che abbia mai visto fino ad ora. Qualcosa che nemmeno al Tablao Los Gallos di Siviglia… davvero potente, seducente, ed ipnotico.

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La Compagnia Manuel Liñán ha aperto con “Reversible”, in Prima Nazionale, la decima edizione di questa splendida iniziativa che ormai seduce Milano da una decade e che ogni anno sorprende sempre di più, rendendo palese non solo la florida prosecuzione dell’antica tradizione del Flamenco, ma anche la sua continua ed interessante evoluzione, in funzione dei cambiamenti sociali ed antropologici.

Questo spettacolo ad esempio, di un’energia straripante, riprende al massimo, ed esalta, la vocazione maschile del Flamenco, che spesso erroneamente associamo alla versione più Pop delle “ballerine à pois”, ma che è danza virile, potente e singolare, nella quale e per la quale uomo e donna si incrociano, scontrano, sfidano, comunicano, senza toccarsi quasi mai, ed esprimendo una sostanza androgina e calda: una passione che non ha genere, ma solo slancio vitale e creativo.

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La gonna torna ad essere, come da tradizione, assieme allo scialle e al ventaglio (che in questo caso non viene tuttavia usato), oggetto scenografico, ma soprattutto coreografico, e che risponde a passi e tecniche precise, oltre ad esprimere sentimento, indipendentemente dal fatto di essere indossata da donna o uomo.

Attorno al micidiale (ed insospettabile) – per potenza, creatività, ed espressività -, Manuel Liñán, danzano Lucia Alvarez (La Pinona) e José Maldonado, in un elegantissimo vortice di voci (due gli eccezionali cantanti: Miguel Ortega e David Carpio) e di chitarre spagnole di livello massimo, dal suono pieno ed inconfondibile, sotto le agili dita di Francisco Vinuesa e Pino Losada. Il tutto ben condito dalle percussioni di Miguel “El Cheyenne”.

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E’ stato qualcosa di irripetibile: pubblico in delirio, trascinato nel vortice dell’evocazione musicale e fisica fino all’ultimo istante, e questi corpi eleganti e fieri, che si confrontano all’interno di un immaginario ring fatto di rose e di corde, che comunicano, si scambiano i ruoli, suonano, vibrano, ed interpretano in maniera altamente drammatica, le loro parti di uno spettacolo dalla regia originale, ed impeccabile.

Altro che le esibizioni finto-tradizionali alle quai siamo abituati, che ben poco rispecchiano di quello splendido strumento culturale, all’incrocio, tra musica, danza, e teatro, che è appunto il Flamenco.

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Manuel Liñán, enfant prodige del Flamenco, è fra i più affermati artisti della scena internazionale. Passa dai ruoli di solista, alle collaborazioni con artisti  emergenti  e al debutto in solitario nel 2008 come regista, coreografo e interprete, ricevendo il Premio come Artista Rivelazione. È richiesto da importanti compagnie per il suo talento coreografico, non ultimo  il Ballet Nacional de España per il quale ha coreografato alcune piece delle ultime produzioni.

Domani sera, 1 luglio, sempre al Piccolo Teatro Strehler, si terrà l’ultima serata del Festival, con l’esibizione della Compagnia Rocio Molina. Buona visione!

https://www.piccoloteatro.org/it/2016-2017/caida-del-cielo