Archivi categoria: Letteratura

Cinema Indipendente in Lombardia

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Esce su Tutto Digitale, bimestrale che potete tranquillamente trovare in edicola, ed in particolare nel numero 81, anno 16, di aprile, un mio articolo di ricerca a tutta pagina, intitolato “Cinema Indipendente in Lombardia. Mostre, concorsi e rassegne”. Niente di trascendentale, ma un simpatico momento d’informazione su quel che cinematograficamente accade dalle nostre parti.

Che dire…compratelo! E andate a leggere a a pagina 18 (ci sono io: LM!)

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La metafora del Treno

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Questa mattina, direi poco dopo l’alba, mi capita tra le mani un trafiletto de Il fatto Quotidiano scritto da Bruno Tinti, a pagina 18. Lo leggo e ci trovo del genio. Ditemi se non siamo noi italiani: in maniera dannatamente realistica.

“C’è un treno lanciato nella notte. I freni funzionano male perché il presidente delle Ferrovie si è fatto corrompere e ha dato l’appalto a una società che ha risparmiato sui materiali. Ci sarebbero i freni d’emergenza, ma il ministro dei Trasporti si è fregato i fondi che servivano per i corsi di formazione del personale che dunque adesso non sa come azionarli. Un solo ferroviere saprebbe farlo (ha un amico tedesco che glielo ha spiegato) ma si è ubriacato. Il treno andrà a sbattere in stazione a 300 all’ora. L’unica sarebbe azionare, in ogni vagone, i freni a mano, quelli con le maniglie rosse e i cartelli delle multe. Ma i passeggeri dormono, chiacchierano, mangiano e quando una hostess terrorizzata gli dà la tremenda notizia, cominciano ad imprecare contro i responsabili di questo disastro. Nessuno si alza per andare a tirare la leva: non tocca  a me, è pericoloso, la colpa è di quella gente, io che c’entro? Il treno continua a correre, si schianta e tutti muoiono.”

Non c’è nemmeno bisogno di una vignetta, per rendere tragicomica questa realtà.

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Lode al Canalone, di Dino Buzzati

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Sottolineando per l’ennesima volta la mia passione sfegatata per Dino Buzzati, mi viene da pensare che poteva davvero scrivere di tutto, su qualunque cosa, anche l’elenco telefonico, rendendola immancabilmente speciale.
Si può presentare una pista da sci come un’opera d’arte senza cadere nella vuota retorica? Io penso di si.
E allora se i confini dell’arte sono ormai tanto elastici, è poi tanto irriverente definire capolavoro la Pista del Groppera sopra Madesimo? Se la sorvolate in elicottero, vi sembrerà soltanto uno dei tanti canaloni che solcano i fianchi di queste montagne, le quali non vantano straordinari splendori. Se invece la percorrete in sci, vi sentirete aprire a una travolgente meraviglia.
Gli sciatori che me ne hanno parlato – e alcuni di essi conoscevano bene l’intero repertorio sciistico d’Europa – sono stati concordi: è la più bella pista delle Alpi.
Infatti quando sono uscito dalla stazione sommitale della funivia, esattamente a 2960 metri, e mi sono affacciato alla svasatura che precipita di sotto, la prima volta confesso di essere rimasto perplesso.
Dal ballatoio non si può ancora scorgere l’enorme imbuto, ma se ne scorge appena l’inizio.
E la pendenza di metri in livida penombra non lasciano presagire nulla di buono. Si mettono gli sci, si traversa a destra per una trentina di metri in scivolata diagonale, ci si immerge con il batticuore nel botro.
La pista non è stata battuta, la neve non sarà assestata, le virate su di un pendio così severo saranno un problema. E se si cade dove ci si fermerà?
Ma la neve tiene, benché non battuta, esposta a nord com’è, ha fino a metà giugno, la perfezione tipica dell’alta montagna. Le concavità del primo erto cunicolo lusingano i movimenti aiutando le curve con elastico rimbalzo da un versante all’altro.
Ben presto la stazione della funivia scompare lassù in alto, ci si trova immersi nel cuore del canalone.
E all’improvviso le rocce, le creste, i contrafforti; le gobbe che da lontano parevano insulse forme, acquistano, visti da presso, una intrigante personalità.
Che cos’è un canalone? Perché, rispetto alle piste aperte che sono la grandissima maggio-ranza, offre singolari voluttà? Il canalone è un corridoio, uno scosceso viale, una lunga prigione in cui si resta chiusi.
Da una parte e dall’altra impraticabili quinte di rupi.
C’è molto più carica di solitudine.
C’è un gioco molto più fantastico di luci e di suoni. E c’è l’incanto della intimità, lo stesso che si assapora in parete, su per i grandi camini e diedri, intimità veramente simile a quella della nostra camera da letto; per cui le lingue di neve, le infossature, i macigni, gli aerei baldacchini assumono un’espressione pressoché umana.
Si direbbe che qualcuno ci aspetti, che ci spii tra le rocce.
Ogni angolo, cavità, anfratto, sembra invitarci a restare, promettendo misteriose beatitudini. Nei canaloni, non sulle pareti o sullle creste, vivono gli elfi, i gnomi, gli antichi spiriti della montagna.
Attraverso il favoloso scenario la pista si incurva, si allarga, spaziando in vertiginosi anfiteatri, si raccoglie a cucchiaio, concede respiro, poi si restringe di nuovo, si impenna come se dietro quella gobba si spalancasse un impossibile abisso. Ma anche l’erta strettoia fa di tutto per non scoraggiare come le curve sopraelevate dei velodromi felici, anzi trascina agilmente gli sci in armoniosi zig-zag che riescono da soli. Quindi si allarga ancora in maestose cavee ciascuna delle quali ha una luce particolare, un’espressione e una atmosfera diversa dalle altre.
Altri due canaloni sono giustamente famosi nelle nostre Alpi, tutti i due sopra Cortina: le Tofane e il Cristallo.
Quello del Groppera (che brutto, zotico e inelegante nome però), li supera per potenza archi-tettonica.
Mille metri secchi di dislivello, tre chilometri e mezzo di percorso.
Dopodiché il divino toboga si estingue a ventaglio su di un vasto pianoro.
E qui riprende la febbre. Presto allo ski-lift che riporterà su alla stazione intermedia della funivia, tornare in cima, rimettere gli sci, buttarsi ancora giù per il favoloso scivolo, scrivere sull’innominabile cateratta bianca irrigidita tra i dirupi, la nostra piccola fatua personale illusione.
Fino a quando?
Dino Buzzati
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Zerocalcare

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Dopo una serie di fortuite coincidenze sono arrivata a scoprire di chi erano quelle tavole di satira sociale “giovane” dalle quali venivo costantemente colpita, divagando on line: una di queste l’avevo anche postata sul blog, poiché assoluta portatrice di verità universali, quali l’annoso discorso  dell’infilare un piumone nella sua fodera.

Morale della favola, a Natale giungono alle mie mani due pubblicazioni di questo giovane fumettista che si fa chiamare Zerocalcare: La Profezia dell’Armadillo colore 8 bit e Un polpo alla gola.

Dico solo che ho dovuto smettere di leggerli in metropolitana perché cominciavo a ridere da sola, in maniera isterica e non trattenibile e tutti mi guardavano veramente, ma veramente male. Un encomio a Bao Publishing per aver pubblicato tale nucleo di genialità e anche per l’esilarante prefazione a La profezia dell’Armadillo, dalla lontana Nuova Zelanda (leggetela, davvero).

Io credo che Zerocalcare sia riuscito a sintetizzare in maniera perfetta la psicologia, il modo di affrontare il quotidiano e in qualche maniera l’intrinseca schizofrenia di almeno due generazioni, o comunque di chi oggi ha tra i 26 e i 35 anni, di certo. I ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza, un certo modo di affrontare anche gli accadimenti più desolanti in maniera più o meno distaccata o almeno parallela allo scorrere del tempo, il disegno agile e divertente, i colori giusti, le parole adatte, persino le citazioni perfette impersonate dalle molteplici figure legate al mondo dei cartoni animati giapponesi, dei fumetti e dei film che intervengono a moderare le idee di Calcare, sono quelle di tutti noi, sono la sintesi dei pensieri e degli spunti, insomma delle idee di tutti “noi” (mai avvertito prima un tale senso di appartenenza).

Forse un cinquantenne potrà non capire e/o non riuscire ad apprezzare fino in fondo certe sfumature comiche delle tavole di Calcare, ma chi ha pianto rivedendo per la trilionesima volta Lady Oscar, chi basa il suo coraggio quotidiano su Kenshiro, chi ha visto un milione di volte Guerre Stellari, chi apprezza in maniera malata la sigla del Gioco dei Troni, insomma, la folta schiera dei Nerd di tutto il mondo, non potrà restare insensibile ad una (anzi, a due) letture di questo tipo.

Chapeau calcare, Chapeau…anche per il saggio Hans.

Leggerò tutto ciò che butterai nero su bianco, o colore su bianco, per sempre (inchino).

“Si chiama profezia dell’Armadillo qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazioni e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen.”

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Il Delfino non delude mai

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Quest’anno sto facendo incetta degli spettacoli del Teatro Delfino, della cui esistenza fino all’anno scorso ero all’oscuro e questo è male, molto male, perché sto vedendo cose che voi umani…No scherzo, ma devo ammettere di essere stata dapprima colpita da Il fascino discreto dell’ipocrisia (Kvetch), sintesi assoluta di violenza famigliare  e divertente quanto aggressiva (a livello sia verbale, che d’immagine) rappresentazione e ribaltamento di certi schemi relazionali e poi assolutamente estasiata dalla bellezza dei Racconti di Natale, elegante spettacolo musicale su testi di Dino Buzzati, magistralmente diretto e recitato da Elda Olivieri (donna dalla voce incantevole) e musicato in chiave naturalmente jazz da Roberto Paglieri (un batterista come si deve), Alberto Gurrisi e soprattutto dalla mitologica persona di Franco Cerri, nell’adattissima chiesetta di Cascina Monluè. Sui racconti, dato che non sono riuscita a scriverne come si deve, voglio almeno dire che è stato uno spettacolo davvero commuovente: per la sua autenticità, l’esecuzione perfetta e calda, il senso e i valori che una regia molto equilibrata, dolce e femminile ha saputo restituire e voglio ricordare i frammenti di vita raccontati da Cerri, che con estrema umiltà e senso del bello e dell’arte ha narrato del suo passato, degli da grande musicista, ringraziando addirittura il pubblico per gli autografi chiesti, per lui segno di stima. Cerri è una persona di quelle che vanno a sparire (purtroppo): un professionista vero, che a quasi novant’anni sa ancora stupirsi di ciò che vede e delle occasioni che ha avuto, che sa partecipare, amare, improvvisare e restituire il senso della musica e della poesia, comunicando valori autentici, che sentiti sulla bocca di qualcuno che non sembra affatto retorico, fanno quasi specie.

Detto ciò, torniamo a quel che ho visto recentemente, vale a dire Il Signor G. prima e dopo, divertente spettacolo su Gaber, portato avanti tramite due ore delle sue più famose canzoni e interventi parlati o comunque più teatrali, di Luporini e Simonetta. Mi è piaciuta moltissimo la recitazione e anche la cantata, molto simile a quella di Gaber, di Federico Zanandrea, così come mi aveva colpito in Kvetch, assieme a Gabriele Calindri. Lo spettacolo è stato estremamente divertente, mi ha ricordato a tratti una cosa simile vista l’anno scorso a teatro, di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu e mi hanno fatto un’ottima impressione anche i musicisti: prima fra tutti Martina Zambelli, dall’incantevole voce jazz, accompagnata ad una bellezza particolare.

Il Teatro Delfino è una struttura piuttosto vecchia, certamente non bella e con alcuni problemini, come sedie scomode e da oratorio, cattivo isolamento rispetto ai rumori esterni e riscaldamento bassino, ma è accogliente, la gente che lo gestisce è simpatica e alla mano e  soprattutto, sa scegliere benissimo i suoi spettacoli e gli attori che calcano la scena.

Unico appunto: il pubblico di ieri, un po’ ingessato (suvvia, battiamo un po’ le mani: è musica!!) e la grafica delle locandine, soprattutto di quest’ultima. Ecco, a parte questo, direi che spero che vadano avanti così e consiglio a  tutti di dare un’occhiata alla sua programmazione.

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