Una storia violenta

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Scritto da John Wagner, uno dei punti fermi del fumetto inglese da più di trent’anni, vincitore di diversi Award per le sue sceneggiature, creatore dei soggetti ad esempio di Judge Dredd e Button Man e disegnato da Vince Locke, autore di “cosucce” come Deadworld, Sandman e American Freak, questa Graphic Novel rispecchia bene il titolo che si porta appresso. Identica nel prologo a all’incipit del film di Cronenberg (més aviat, è il film a cominciare nello stesso modo), per il resto si differenzia notevolmente dalla pellicola, che da questo ha preso ispirazione. Tom ripercorre nella seconda parte del fumetto un unico forte episodio della sua gioventù: una ragazzata compiuta per assecondare un amico il cui fratello era stato ucciso a sangue freddo da un boss della mafia di Brooklyn, che dà l’idea di come ci si possa trovare in certe pericolose situazioni un po’ per bisogno e un po’ per assoluto caso. Il piano di furto e di contemporanea vendetta dei due adolescenti va in porto segnando anche il più grande massacro di boss della Mafia della storia americana, il nostro Joey-Tom riesce a fuggire con una parte dei soldi (l’altra era destinata alla cura della nonna malata) e ad andare molto lontano a rifarsi la vita che vediamo all’inizio, mentre sembra che l’amico Richie, avendo ostentato troppo la sua conquistata ricchezza, sia stato individuato e soppresso dal figlio del Boss principale, tale Manzi. Detto tutto questo, la storia in tutta la sua semplicità e sinteticità si fa agghiacciante nella terza parte del racconto, quando facendo un baffo alle peggio torture di Hostel, con tanto di trapani e di fiamme ossidriche, si vede Manzi aver tenuto in vita per più di vent’anni, a scopo di ricatto e vendetta ovviamente, quello che ormai è il cadavere vivente di Richie, il quale, dopo essere finalmente stato liberato da Joey, gli chiede di ucciderlo, poiché ridotto ormai a una sofferente maceria umana.

Che dire?! E’ davvero una piccola grande storia violenta, disegnata con tratto rapido e approssimativo, dai toni cupi e profondi, che dà una costante idea di movimento e che in effetti trasmette una notevole inquietudine, ma tutto sommato un fumetto impreciso, soprattutto nel rendere le fisionomie dei personaggi, quasi non fossero loro ad avere importanza.

Del film in effetti, visto ormai un bel po’ di tempo fa (2005), ricordo la freddezza dei personaggi, la loro impermeabilità, quasi che non fossero loro a raccontarsi percorrendo la loro vicenda, ma a parlare fosse la vendetta stessa che si autodescrive e solo in parte denuncia.

Di Cronenberg inutile parlare, resta in ogni cosa che fa uno dei miei idoli. L’aspetto più perturbante del film e del racconto per me è nel modo in cui viene raccontata la storia di violenza o la storia delle violenze. Il film funziona, anche esteticamente, secondo la stessa dinamica di base del fumetto, per poi però andare oltre e raccontare molto di più, facendosi inevitabilmente complesso.

La famiglia perfetta di libro e film, gli Stall che rappresentano l’umanità comune e bonaria, l’uomo semplice insomma che è in ognuno di noi, tranquillo e inerte come siamo potenzialmente tutti, di fronte all’evento inaspettato tira fuori il suo imprescindibile lato violento. Il film parla di una violenza inestirpabile, di una storia che è sempre uguale, che segue ogni volta le stesse dinamiche psicologiche, reiterata nella metamorfosi non solo di Tom, ma anche della moglie e del figlio maggiore (si esclude la bambina biondissima, quasi a voler la sciare fuori l’infanzia da questo ragionamento sulla componente più istintiva ed autodifensiva dell’essere umano). Il fumetto circoscrive l’uso della violenza ai soli personaggi “perduti”, volontariamente malvagi o in crisi, invece il film estende il discorso a tutto e chiarifica le dinamiche di esplosione della personalità anche sugli altri componenti della famiglia. Tom Stall ha conosciuto la violenza, degli altri e di sé stesso e ha scelto di allontanarla da sé, per poi scoprire durante la vicenda raccontata da Cronenberg che la natura violenta è la sua natura, profonda, ancestrale, non sradicabile, pronta ad esplodere in qualunque momento anche senza particolari motivazioni, una rabbia feroce irragionevole o dettata dalla difesa. Così nella pellicola anche la moglie Edie (che nel romanzo invece è un personaggio quieto, buonissimo e appena abbozzato, comunque non credibile) e il figlio Jack scoprono la loro violenza, per poi ritrarsi con addosso la paura che la loro oscurità possa riemergere, dalla carne e dalla mente.

In entrambi i casi il titolo resta enigmatico e geniale: Una storia violenta viene raccontata come vanno raccontate le storie che parlano di violenza, in maniera precisa, consapevole, senza fronzoli stilistici, con azioni secche e descrizioni immediate,accompagnato dalla fotografia netta e fredda del sempre geniale Peter Suschitzky, che ha lavorato a lungo col regista. Resta buona l’interpretazione di Viggo Mortensen, assolutamente perfetto per il ruolo e sorprendente nel cambiamento della personalità che si legge nei minimi movimenti del suo volto, solitamente non troppo espressivo, quando passa da buono a cattivo: nei primi piani è come se cambiasse sguardo, ha gli occhi degli schizofrenici (e io ne so qualcosa), ricorda ancora Spider. Ancora una volta nei film di Cronenberg la violenza si fa malattia, qualcosa di invasivo e contagioso, né giusto né sbagliato, né positivo né necessariamente negativo, semplicemente qualcosa che cambia e che spiazza. Si parla di nuovo di metamorfosi, ma lo si fa ancora meglio, in maniera sempre più secca e pulita, efficace e anche aiutata da budget più alti.

Rispetto al romanzo le modifiche narrative sono moltissime: il nome del protagonista è stato cambiato da Tom McKenna a Tom Stall, John Torrino è diventato Carl Fogarty e il nome del figlio di Tom è stato cambiato da Buzz a Jack. Nel libro Millbrook si trova nel Michigan mentre nel film è nell’Indiana (ma come spesso fa Croneneberg, il tutto è stato girato in Canada) e i boss non sono più di Brooklyn ma di Philadelphia. Secondo una rivista tedesca, David Cronenberg e lo sceneggiatore John Olson (pluripremiato per questo lavoro) hanno cambiato i nomi che sembravano italiani per evitare di anticipare i legami con la mafia. Il più grande cambiamento rispetto al libro riguarda il personaggio di Richie e la sua fine. Nel romanzo, lui e Tom sono amici d’infanzia, mentre nel film sono fratelli, modifica narrativa che amplifica moltissimo passato e presente di Joey. Mentre nel libro Richie viene catturato dai mafiosi e mutilato, nel film è un boss mafioso e tenta di uccidere Tom, il quale gli spara per fuggire. In conclusione a parte l’incipit il film prende tutta un’altra piega, è molto diverso dal romanzo, ma il significato della novella non cambia di una virgola, més aviat, viene fatto percepire ancora meglio.

Consiglio a chiunque la lettura dell’uno e la visione dell’altro (nonché di tutta la filmografia di Cronenberg, s’intende!!)

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