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La forma della voce, di Naoko Yamada

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Tratto dal manga A Silent Voice, de Yoshitoki Ōima, pubblicato in Italia da Stat Comics, questo coraggioso e poetico lungometraggio diretto da Naoko Yamada, una delle rare registe giapponesi, racconta con delicatezza e pudore le difficoltà di Shoko Nishimiya, una ragazzina affetta da sordità e vittima del bullismo di un coetaneo, a sua volta vittima di altri compagni. In piena adolescenza, coinvolti in tutte le problematiche esistenziali che essa comporta, i giovani protagonisti si chiedono, a vari livelli, se sia possibile, in società, cambiare e liberarsi di vecchi stereotipi o di etichette che la gente ti attribuisce, inseguendo i dettagli di un’analisi sociologica e psicologica per nulla banale o scontata.
Dopo essersi affermato come uno dei maggiori incassi della scorsa stagione cinematografica giapponese, l’anime è stato presentato con successo al Future Film Festival 2017.

Qualcosa di difficile da raccontare

Per parlare davvero della disabilità e del vissuto che essa inevitabilmente comporta, spesso bisogna esserci passati, perché è difficile immaginare… Bisogna averle conosciute, quelle dolcissime ragazzine dagli occhi sognanti che si proiettano come tutte verso un futuro di amore ed esperienze di vita, o quei ragazzi in cui la rabbia cresce, perché vorrebbero giocare con gli altri, e sentirsi parte del gruppo. Tutti, in qualche maniera, attraversiamo questa fase, durante la nostra adolescenza, ma nel caso di tante persone sfortunate c’è l’assenza di prospettiva, a rendere l’idea del futuro insopportabile e tenebrosa. C’è la netta sensazione di non poter essere, inevitabilmente, “come gli altri” e di trovarsi la strada sbarrata ad una moltitudine di cose, se non addirittura all’indipendenza. Ed è difficile raccontare questa netta sensazione di mancanza di libertà, quello sconforto che ne deriva, quel disperato rendersi conto, anche non volendoci pensare, di non poter proprio dire e fare una moltitudine di cose che gli altri daranno sempre per scontate.

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Con lo stile che contraddistingue autori più noti come Makoto Shinkai i Hayao Miyazaki, La forma della voce ha saputo raccontare l’emozionante storia di due adolescenti che dovranno fare i patti con le loro convergenze, i loro problemi e la conoscenza di sé stessi. Shoko Nishimiya è una dolce bambina sorda che per comunicare è costretta ad utilizzare un quaderno. Shoya Ishida è un bambino irrequieto e sempre attivo nelle competizioni con gli amici. Le vite dei due si incrociano nel modo più semplice e banale del mondo: Shoya è uno dei bulli che prendono in giro l’handicap di Shoko, torturandola come solo i ragazzini insopportabili sanno fare. Ma il destino vuole che, una volta cresciuto e diventato adolescente, Shoya subisca in prima persona i supplizi del bullismo. Comprendendo finalmente cosa vuol dire, il ragazzo cercherà di rimediare ai suoi errori passando del tempo con Shoko e imparando a conoscerla. Tema centrale del film è dunque la complessità del rapporto che può nascere tra gli adolescenti, spesso conflittuale, ma anche di grande comprensione. L’anime affronta con dolcezza e genuinità la maturazione di un ragazzo attraverso la crescita e la conseguente bellezza che può nascere dall’amicizia con colei che era oggetto del suo scherno. Il romanzo ha venduto più di 700.000 copie solo in Giappone e il film è importante e gradevole: la sceneggiatura è molto raffinata e descrive in maniera egregia anche le sfumature psicologiche più intime ed indecifrabili. L’immagine e le inquadrature sono gradevoli, fluide e colorate, con punti di vista originali ed interessanti. Molto bella la fotografia, con un intenso e poetico studio della luce e delle temperature-colore in funzione espressivo-drammaturgica. La colonna sonora è adatta e non invadente. Si crea empatia e senso di suspense. Tutti i personaggi sono essenziali e costruiti con cura. Unico neo: forse il solito effetto ridondante di un registro narrativo tipicamente giapponese, sempre un po’ tendente al melodramma e all’enfatizzazione drammatica, ma che rispetto a molti altri film precedenti, non ha nulla di troppo sbilanciato.

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Un film sorprendente per tatto, attenzione e scrittura. Sociologico, non particolarmente originale, ma importante. Da far vedere assolutamente a bambini e ragazzi, per far riflettere sul bullismo e la prevaricazione e soprattutto, su cosa significa essere disabili.

Il film sarà nelle sale italiane solo il 24 i 25 ottobre:

www.nexodigital.it

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Teatro totale e trasversale

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Inaugura domani il Teatro del Buratto nel nuovo polo di Maciachini
tra spettacoli per ogni età, musica dal vivo, rassegne e non solo

http://www.mitomorrow.it/2017/10/20/che-spasso-apre-il-nuovo-teatro-del-buratto/

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LEGGI QUI L’ARTICOLO COMPLETO 1

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Il Bello del Cinema

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Da domani 80 pellicole per riflettere con il Milano Design Film Festival

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L’appuntamento di Leda Mariani

Cambia sede, per questa sua quinta edizione, il MDFF, che si terrà tra due piani del nuovo Anteo Palazzo del Cinema ed è reso ancor più importante dal patrocinio, oltre che dell’Assessorato alla Cultura del Comune, del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dell’Assessorato alle Politiche per il Lavoro, Commercio, Moda e Design. La chiave di lettura di quest’anno, declinata in un fittissimo programma di quasi 80 film, è una cruciale riflessione sul tempo. Portraits of our time. Ritratti del nostro tempo, come spiega una delle organizzatrici Silvia Robertazzi, «intende far comprendere come presente e passato camminino insieme».

OSSESSIONE • E ancora: «Ci muoviamo come un Giano bifronte: concentrati sull’immediato, consapevoli che il domani, con il suo carico di innovazioni, è la direzione, ma anche attratti dal passato come rifugio, o fonte d’ispirazione. Il tempo è diventato la nostra ossessione sociale: è difficile rallentare e rischiamo di perdere la capacità di guardare alle cose con profondità, con amore e senso di meraviglia. Per prendersi cura della bellezza occorre tempo: per progettare, conservare, comprendere, per far capire, innovare, imparare, ed insegnare. Tempo per vedere e rivedere, come anche il cinema ci sa suggerire»

ISPIRAZIONE • L’illustratore Noma Bar ha firmato la locandina di questa edizione, mentre la guest curation 2017 è stata affidata all’architetto e designer Patricia Urquiola e ad Alberto Zontone, partner nel lavoro e nella vita, che hanno trasposto il loro sguardo internazionale in una selezione di titoli tra storia, fantascienza ed arte, intitolata Cronotopia, riflettendo sempre sul rapporto tra tempo e capacità visionaria. Dai film che hanno scelto, in anteprima o inedititra i quali spiccano Magnificient Obsession: Frank Lloyd Wright’s Buildings and Legacy in Japan de Karen Severns i Koichi Mori i The Future de Miranda July -, traspare a quale livello il cinema sia per loro una potente fonte di ispirazione.

PROGRAMMA • Il programma delle giornate del Milano Design Film Festival è diviso in sei sezioni che si riferiscono a diverse accezioni di “tempo”: Architecture, Design, Biography, Italian Panorama, Urban Life, però especialment Art of thinking, Examining Time, che raccoglie film dal carattere più filosofico ed universale, spingendoci a riflettere su comportamenti, desideri e modelli. Da segnalare l’anteprima assoluta di Gillo Dorfles. In un bicchier d’acqua de Francesco Clerici e coprodotto proprio dal MDFF, oltre a Love will save the world de Elisa Fuksas e il supporto, anche economico, del Consolato Generale dei Paesi Bassi, che porta storie olandesi esemplari. Dopo lo scambio con Pechino e Seul, quest’anno il festival ospiterà anche la Jerusalem Design Week, con una selezione di corti israeliani.

ESORDIO • Appuntamento da domani alle 18.30 con l’anteprima italiana di The Happy Film, de Hillman Curtis, Stefan Sagmeister i Ben Nabors (2016), in cui il grafico austriaco Stefan Sagmeister, che vive a New York ed è noto per le sue copertine degli album dei Rolling Stones, di Jay-Z e dei Talking Heads, decide di provare a riprogettare la sua personalità per diventare più felice, conducendo
tre esperimenti controllati: meditazione, terapia e farmaci. Ma la vita personale si insinua e confonde il processo, avvicinando l’autore a se stesso. E così l’interrogativo resta: è possibile allenare la mente per essere più felici?

Da domani al 22 ottobre
Proiezioni singole: 5 euro
Abbonamento: da 15 a 40 euro

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La Scala è tornata ai suoi fasti

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Una regia assolutamente cinematografica, all’Opera

Almeno due parole sul Tamerlano de Davide Livermore vanno spese. Mercoledì 4 ottobre abbiamo assistito alla settima ed ultima rappresentazione di questa famosissima opera, inclusa nella 428° stagione del Teatro alla Scala di Milano. Ed è stata un’esperienza davvero unica: uno spettacolo bellissimo e curato nel dettaglio, in maniera maniacale da ogni punto di vista, così com’è sempre stato, almeno fino a qualche anno fa, per il famosissimo teatro che la scorsa stagione dava segni di stanchezza e di difficoltà, soprattutto dal punto di vista scenotecnico.

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Questo Tamerlano, opera in tre atti tratta dal libretto di Nicola Francesco Haym i Agostino Piovene, sulla musica barocca e penetrante di Georg Friedrich Händel, della durata di quasi cinque ore, aveva una regia fresca e giovane, sorprendente e cinematografica. Tralasciando solo per un attimo l’orchestra diretta egregiamente da Diego Fasolis, che ha lavorato con ibarocchistidella Rsi-Radiotelevisione Svizzera, lo spettacolo stupisce per la sua grandiosità ed originalità. Assolutamente eccezionale Lucia Cirillo, che in un’unica giornata ha imparato la parte cantata di Marianne Crebassa, nei panni di Irene, sostituita nella messa in scena dall’assistente alla regia, che ha dato vita ad un interessantedoppiaggio sul palco”, che nulla ha sottratto al normale svolgimento dello spettacolo.

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Scenografie mastodontiche, curate, fastose, e per nulla banali, ricostruivano un ambiente da Russia primi del Novecento che contrastava in maniera funzionale con la vicenda ambientata invece nel 1400, accompagnate da costumi tra il Charleston e la Prima Guerra Mondiale. I vagoni di un treno quasi sempre in movimento occupavano orizzontalmente tutto il palcoscenico, sul quale ogni elemento si è mosso con ritmo e fluidità, favorito da una regia dinamica, arricchita dai sorprendenti video di Videomakers D-Wok, che ci trascinavano dagli interni agli esterni, dalle passioni metaforizzate visivamente dei personaggi, agli ambienti ricostruiti nella maniera più verosimile possibile.

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Una regia fresca e dinamica, che ha saputo giocare molto e bene soprattutto sul Rewind spazio-temporale (che nell’opera io non ho mai visto usare), gestito in maniera egregia facendo spostare avanti e indietro le comparse, spesso coinvolte in movimenti sensuali, contemporanei e significativi, e che a tratti ci sono sembrate il doppio, il triplo di quel che erano, tanto i loro movimenti e le loro posizioni erano accurate e studiate nel minimo dettaglio, al fine di arricchire di significato la messa in scena.

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Qualcosa di assolutamente cinematografico in questo spettacolo dall’esecuzione musicale e canora classica e perfetta. Un’interazione funzionante tra storico e contemporaneo, che si sono reciprocamente arricchiti. Memorabili, se non incantevoli, alcune scene, come il lento allontanarsi di tutto il palco (e dunque metaforicamente della vita) da Asteria, la scena dello stupro di gruppo, i divertenti inserti della partenza periodica del treno, resi attraverso la corsa all’indietro delle comparse. Ma anche la possibilità, anch’essa cinematografica, di vedere contemporaneamente interno ed esterno del treno, con grande fluidità. O l’espressione visiva della rabbia di Andronico, che fa crollare la facciata del palazzo con pugni di rabbia. Per non dimenticare il finale, sotto la neve, mentre il gelo penetra nelle ossa dei personaggi, all’interno del grande salone, esausti e intimamente prosciugati dai cambiamenti della Storia.

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Uno spettacolo davvero incredibile, così come dovrebbero essere tutti quelli della Scala. Costumi eccezionali (de Marianna Fracasso), scenografie grandiose e fini (dello stesso Livermore e di Giò Forma) e le incantevoli, particolarissime voci di Franco Fagioli i Bejun Mehta, quasi ipnotici nelle loro fioriture vocali e a tratti simili ad usignoli. Una regia che ha saputo decisamente valorizzare una trama passionale ed avvincente, ma che di per sé avrebbe un finale scontato e quasi assurdo.

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Il crollo dell’Impero Ottomano e della Russia Zarista, dunque la morte dell’aristocrazia in funzione del predominio del popolo, con tutti i suoi pro e contro, rivivono il questOpera del 1724 che si aggiunge alle molte nate dal Seicento in poi attorno alla figura del famoso conquistatore centro-asiatico Tīmūr Barlas (in chagatai تیمور, temur, “ferro”, anche Timur-e lang, in lingua farsi تیمور لنگ, ossia Timurlo zoppo”), conosciuto in Occidente come Tamerlano (o Tamerlan, o anche Tamburlaine), che fu condottiero e generale turco-mongolo, fondatore dell’Impero Timuride, protagonista in Asia Centrale e nella Persia orientale tra il 1370 e il 1407, predecessore della dinastia Mogol in India.

Uno spettacolo semplicemente bellissimo.

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Una casa per gli artisti

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In zona Varesina nasce un ponte tra Miami e Milano.
Espinasse 31 è l’artist’s residency che ancora mancava

http://www.mitomorrow.it/2017/10/05/con-espinasse31-nasce-una-casa-per-gli-artisti/

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