Luca Bigazzi allo IED di Milano

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Un paio di settimane fa mi è capitato di seguire un workshop davvero molto interessante allo IED di Milano, tenuto da Luca Bigazzi, notissimo direttore della fotografia, tra i più prolifici ed interessanti della cinematografia italiana dagli anni ’80 ad oggi.

Io sono sempre un poscettica per quanto riguarda lo spendere in formazione: troppe truffe, troppe false promesse all’orizzonte, ma devo ammettere che questa volta sono stati soldi spesi davvero bene.

Bigazzi si è rivelato la persona che speravo che fosse: un vero professionista e un individuo pensante, aperto, ricettivo al massimo. Si è dato completamente alla sua classe (circa 25 persones), in una full immersion di 5 giorni davvero saturante. Non solo ha avuto modo di spiegarci il suo modo di gestire la luce sui set, che si conferma stilisticamente impostato sul dare rilevo e nuova sostanza alla luce naturale, senza alterarla troppo e sfruttata in maniera necessaria, ma ha saputo anche dare spunti, spiegare appieno il concetto di empatia con le figure che creano il prodotto-film e quelli di collaborazione vera e di interazione, che stanno alla base della cinematografia di oggi, come di ieri.

Ho sempre stimato Bigazzi anche per la sua impostazione socio-politica: per il fatto che si è costruitodal basso”, percorrendo strade all’epoca davvero inusuali e indipendenti, dandoil la” en breu, almeno nell’ambito della direzione della fotografia, a quello che è oggi il modo di cercare di fare cinema per tutti coloro che hanno dai venti ai trent’anni. I suoi discorsi sono realistici, sanno captare il cambiamento nelle produzioni mondiali, la spinta del cinema verso il digitale e verso la produzione appuntodal bassoe la diffusione nel mondo del web (pur restano fedele, si intende, alla specificità meravigliosa della visione su schermo cinematografico). Insomma, ci è servito, è stato un bravo insegnante: ha saputo comunicare il suo punto di vista, ci ha dato un sacco di dritte su tecniche e supporti vari, la ricetta delle sue lucifatte in casae quanto ci sia di “famigliare” nel suo modo di fare cinema, in stretta collaborazione con gli amici di sempre (persone interessatissime, tra l’altro).

Durante la stessa settimana, la notte, Luca e Matteo Calore hanno aiutato i ragazzi di Macao a realizzare il loro progetto Open, esperimento di cinema con regia collettiva. Anche durante questa collaborazione, Bigazzi si è confermato aperto e ricettivo, cogliendo gli aspetti positivi o meno di tale esperimento che potremo presto vedere e che ha previsto la partecipazione di Video Makers indipendenti per le inquadrature finali del film: un montaggio di immagini girate dai protagonisti stessi di un’interessante performance conclusiva. Anche in questo film la sua luce ha saputo dare un nuovo volto agli spazi occupati di Macao, che ad una prima visione assumevano un aurea misteriosa e sospesa (furono usati anche per girare Nirvana, di Salvatores, 1997).

Insomma, un approccio davvero artistico, più che tecnicista, quello di Bigazzi, che ci lascia con il messaggio di coltivare il più possibile il nostro gusto per il bello e per il socialmente utile, per ciò che risulta culturalmente prezioso e con il consiglio di fare cinema (se è ciò che vorremmo fare), da subito, con urgenza, senza aspettare, esprimendoci direttamente, così come potremmo fare con una matita in mano.

L’unica cosa che manca, a questo punto, sarebbe un popiù di aggregazione in questa città così ricca di professionalità sparse, note ed emergenti, che faticano davvero ad incontrarsi: è un grosso problema, perché il cinema non si fa da soli (e questo è proprio il suo bello).

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